
La Barbera della mia infanzia era quella che lo “zio matto” mi mischiava con l’acqua, nera da macchiare il bicchiere, “mossa” come le mode di oggi rifuggono.
Spiritosa, smaliziata, forse affascinante.
Aveva un ché di erotico, proibito come gli sguardi lanciati di nascosto ai calendari dei meccanici o dei barbieri, alle pagine dei cataloghi Postal Market o Vestro.
Sapeva “dei grandi”.
Poi sono cresciuto e le nostre strade si sono divise, altri vini nel bicchiere.
Più anni sulle spalle io più “raffinata” lei.
Schiava del mercato ha dato retta a Produttori che in lei cercavano opulenze fuori contesto, che negli spigoli vedevano difetti.
Antonio (Bellicoso) da Montegrosso d’Asti è persona schiva, di educata eleganza, sembra quasi vergognarsi di essere un Produttore.
Ché “Produrre” presuppone “sfruttare” e lui ha un qualcosa di “comunista” nel modo di condurre la vigna: cura il bene comune dando al singolo secondo i propri bisogni (“ad vitem” potremmo dire).
E le piante lo ripagano con succhi che raccontano percorsi di radici profonde, sentieri linfatici che trasportano il Monferrato nel bicchiere.
Sono vini che raccontano il Territorio con personalità, senza scimmiottare.
E se l’etichetta del Grignolino invita a meditare su chi è il padrone, quella della Freisa lo fa a muso duro…
E la Barbera?
La Barbera è “the dark side of Antonio”, la sua faccia oscura ma, allo stesso tempo, lo specchio che illumina le nostre notti.
Due declinazioni (non a caso il suo “MERUM” scomoda il latino) per uno stesso genere “FEMMINA”.
Il legno da una parte, l’acciaio dall’altra, il guanto di velluto da una parte quello d’arme dall’altra, l’uno per l’altro a celare il pugno di ferro di una valchiria.
“MERUM” e “AMORMIO”, gemelli diversi…
Dell’uno e dell’altro ho già detto (qui, qui, qui e qui) ma mi scappava di dedicare una pagina al secondo e appena qualche parola in più al suo Produttore perché…
Perché si!

“AMORMIO” è un’etichetta rossa e un cuore nero, un tatuaggio, un erotico neo sulla pelle, un invito più che una dichiarazione, celato ai più, rivelato ai pochi.
Trasuda passione, annebbia la vista, obnubila la ragione.
E alla passione non bastano gli occhi (quelli, quasi non le servono), la passione vuole mani, odori, sapori…
Le prime per impugnare il bicchiere in un gesto di possesso carnale; per i secondi ci vuole il naso, quello che dà impiccio durante i baci che la bocca regala alternandoli ai morsi, quella bocca cui lasciamo il compito di incidere una memoria tattile fatta di cicatrici gustative.
Al naso è subito l’aspra ciliegia, lolita immatura, a sottolineare quell’acidità identitaria che un pelo d’alcol trasforma da sussurro a urlo strozzato e poi…
Poi eccolo il cuore nero!
Quello che è maleficio impossibile da spezzare.
Lubriche morbidezze di prugna seguono il cilicio spinoso delle more e…è subito sorso!
Il sorso…
Compulsivo, sirena d’Ulisse, primitiva necessità, peccato di lussuria, atto dovuto.
Una freschezza che Vi atterra, Vi cavalca, artigli laccati che scavano solchi nella carne viva.
Indecisi se aggrapparVi ai larghi fianchi della frutta imbizzarrita o alla vita stretta dei tannini, cercherete soccorso nel seno prosperoso delle morbidezze gliceriche, alzerete lo sguardo e non avrete scampo.
Incrocerà i Vostri occhi e con rinnovata energia, rovesciata indietro la testa, Vi farà capitolare con inattese amaritudini di erbe di campo e ansiti mentolati.
Il dopo sarà l’indelebile ricordo di un istante durato una sola bottiglia, il giacere di traverso sul letto sperando di aver fatto una buona impressione, la speranza di un secondo giro sulla giostra della vita.
NON per tutti, ma il prezzo…quello si.
Da bere ascoltando “BITCH” di MEREDITH BROOKS.
