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FALSTAFF White Wine Party. Emozioni in bianco.

IL COSA E IL DOVE

C’era un’aria diversa martedì 23 giugno al Grand Hotel Plaza, nel cuore di Roma.

Non era una delle solite kermesse enologiche affollate e caotiche, ma qualcosa di più elegante, più luminoso, più bianco.

Il debutto italiano del FALSTAFF WHITE WINE PARTY ha trasformato i saloni storici del 5 stelle di Via del Corso in un grande salotto estivo dedicato ai vini bianchi della Penisola, e chi c’era se n’è accorto subito: qui si è bevuto bene, si è parlato meglio e si è respirata una bella energia.

Oltre cinquanta produttori in rappresentanza di un’Italia del vino che non aveva voglia di riempire semplicemente i bicchieri ma che voleva che questi raccontassero qualcosa.

Tre masterclass hanno scandito il pomeriggio offrendo momenti tecnici e sensoriali che hanno soddisfatto operatori del settore e winelovers.

Poi, dalle ore 20, mentre fuori il sole tramontava sulla Capitale, musica, intrattenimento e un’atmosfera conviviale si sono impossessati gli spazi del Plaza, trasformando la degustazione in una vera celebrazione estiva durante la quale bicchieri, sorrisi e scambi tra produttori, sommelier, giornalisti e pubblico hanno creato quel network informale che rende unici eventi di questo tipo.

Il dress code ovviamente ispirato al bianco e rispettato da molti ha dato un tocco di leggerezza estiva e “informale” a una location rivelatasi perfetta.

Per FALSTAFF ITALIA era il primo passo ufficiale nel nostro Paese.

Un passo deciso, elegante, centrato.

GLI ASSAGGI

Tanto, tantissimo in cui ficcare il naso!

Dall’ampio spazio dedicato all’Alto Adige (beh, forse un pochino troppo ma…ci sta) fino alla Sicilia, un lungo viaggio in un’Italia che sembra riscoprirsi bianchista ogni giorno di più.

Dalla sessantina le etichette nelle quali ho ficcato il naso ho dunque estrapolato una personalissima “TOP TWELVE” che mi permetto di sottoporre alla Vostra attenzione.

Dodici vini che Vi invito ad assaggiare e dei quali mi piacerebbe sapere cosa ne pensiate.

QUELLI DA NOVANTA

– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC “APPIUS” 2021, CANTINA SAN MICHELE APPIANO (ALTO ADIGE): lo Chardonnay fa la parte del leone, ma è l’abbraccio con il Pinot Grigio, il Pinot Bianco e quel tocco di Sauvignon a creare la magia.

È un inno alla precisione millimetrica (forse anche “troppo millimetrica”).

Al naso è un’esplosione di luce, un flash di pesca bianca, agrumi che sanno di rugiada mattutina, mughetto e quella mineralità che ti ricorda il porfido bagnato dalla pioggia.

È un respiro profondo a pieni polmoni tirato quando, assicurato in sosta, il tuo metroquadro di piccoli appigli può diventare un intero panorama.

Il sorso?

Un’ascesa “en danseuse”, leggera ma potente.

Non c’è fatica, c’è solo progressione.

È un vino che non scatta, ma accelera con una costanza disarmante.

La freschezza è una lama affilata che taglia la struttura burrosa, lasciando spazio a una sapidità marina, quasi inaspettata a queste altitudini, che ti pulisce la bocca e ti chiede il secondo giro.

E il finale, lungo e verticale, sa di mandorla tostata e di un futuro che non ha paura di invecchiare.

Un vino che ci ricorda che la perfezione non è un punto d’arrivo, ma un percorso fatto di piccoli passi, di mani sporche di terra e di sguardi rivolti al cielo.

A proposito…una bottiglia ce l’ho pure io.

91 Punti.

– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC GEWÜRZTRAMINER “VIGNA PIRCHSCHRAIT” 2016, J. HOFSTÄTTER (ALTO ADIGE): Nasce da un fazzoletto di terra sepolto nel cuore di Vigna Kolbenhof, esposto a NE come un condannato che volta le spalle al mondo, dove la vite “sopravvive” stringendo i denti contro il vento gelido e il sole avaro per risorgere come un Conte di Montecristo dopo essere stato intrappolato per 10 anni sui lieviti.

Un naso affatto facile, nessuna carezza.

Ti colpisce una sinfonia cupa e matura, fatta di pane un po’ troppo tostato sul fondo di un forno ormai spento, nespole mature, miele scuro, fiori selvatici appassiti, frutta secca, cera d’api e mobili che ne hanno viste tante.

E poi quella mineralità fredda, spietata, che sale dalle ossa di pietra delle Dolomiti come il respiro della terra.

Un tantra di terziari che si apre lento, ossessivo, come un segreto che non avresti voluto ascoltare.

In bocca è una stretta violenta e setosa insieme.

Consistente, di “agilissima pesantezza”, una struttura che ti prende per la gola, una sapidità minerale che morde come sale su ferite aperte.

L’acidità è lama affilata, fatta per tagliare e tener sveglio il dolore e la dolcezza è lì, nascosta, quasi colpevole, mentre il finale si allunga in un abisso di miele scuro, spezie dolci che svaniscono come ultimi sospiri, e un ritorno di freschezza alpina gelida che ti lascia solo, vuoto e stranamente vivo.

Un vino che porta le cicatrici di un equilibrio tragico di una profondità da abisso e di una vitalità nata dalla sofferenza.

Una leggenda?

Forse.

Da bere ascoltando “ATLAS RISE” dei METALLICA.

93+ punti.

– VINO DA TAVOLA BIANCO “SOPRAQUOTA 900” 2023, ROSSET TERROIR (VALLE D’AOSTA): a Villeneuve, dove il terreno è un mosaico di sabbia, ardesia, granito e quarzo, la Petite Arvine trova la sua casa ideale e quella che riempie la bottiglia di “SOPRAQUOTA 900” non si accontenta di essere “solo” un vitigno vuole essere un’esperienza.

Come lo è il viaggio che intraprende dopo la vendemmia: un viaggio che la costringe alla separazione.

L’anfora, l’orcio toscano, la barrique e l’acciaio ne dividono l’anima in quattro e ci vuole un anno intero perché, finalmente “redenta”, possa accontare una storia di equilibrio perfetto tra la sapidità ancestrale della terra e la freschezza cristallina delle vette.

Al naso è un’esplosione di eleganza.

Fiori bianchi e zagara aprono le danze, il pompelmo è vibrazione, la scorza di lime pizzicore dell’anima.

E poi quel sussurro di frutta tropicale che spunta timido, quasi a voler ricordare che anche quassù la natura sa essere generosa.

È un bouquet che respira, intenso e raffinato, sostenuto da quella verticalità che solo l’altitudine sa regalare.

Il sorso è una lama, teso, vibrante, con la delicatezza del frutto che Vi è compagna lungo una progressione gustativa che non conosce soste.

È un incedere sicuro su un sentiero di cresta, dove ogni passo è una scoperta di sapidità decisa e mineralità pura.

Il finale è infinito, una persistenza che ti lascia in bocca il sapore della montagna vera, quella che non scende a compromessi.

È un vino che ci ricorda che per arrivare in alto bisogna avere radici profonde e il coraggio di percorrere strade nuove, anche quando sono fatte di argilla e legno.

90 Punti?

Credo proprio di si.

I QUASIQUASI

– ALTO ADIGE VALLE ISARCO DOC SYLVANER “STIFTSGARTEN” 2021, ABBAZIA DI NOVACELLA (ALTO ADIGE): nel bicchiere si presenta promettendo densità senza pesantezza.

Il naso è un abbraccio maturo e raffinato di mela golden ben matura, pera e albicocca.

Sa di luogo e di tempo.

Silvano quanto deve, intriso di mineralità granitica, con un sottofondo di spezie fini, fiori bianchi e quella freschezza alpina che non tradisce mai che affiancano ritorni di brioche burrose.

In bocca è potente ma mai ingombrante.

L’acidità vibrante sostiene una struttura importante, con un estratto secco generoso e un sorso cremoso, quasi tattile, che evolve verso note di frutta a nocciolo, spezie bianche e una mineralità salina che allunga il finale in maniera impressionante.

Ancora giovane, sembra stia iniziando a mettere la testa a posto.

Un vino che conferma come, in certi luoghi sacri, anche il bicchiere possa diventare preghiera.

88++ Punti.

– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC “TAL 1930” 2022, CANTINA BOZEN (ALTO ADIGE): un vino che sembra più un paesaggio che un progetto enologico, una geografia che, nel bicchiere, diventa materia.

Il naso si dipana lentamente come certi racconti che stentano ad arrivare al punto.

Arrivano i fiori bianchi, il biancospino, poi la camomilla, poi ancora qualcosa che ricorda la crema pasticcera e i bignè della Domenica, una sfumatura quasi domestica che rende tutto più umano, meno algido.

E intorno, come una cornice, la frutta gialla, gli agrumi, quella componente luminosa che impedisce al vino di ripiegarsi su sé stesso.

Nulla che prevalga, tutto che funziona.

Certamente ricchezza ma soprattutto movimento.

Il sorso avanza senza fretta.

Ha il passo di chi sa esattamente dove andare.

Nessuna accelerazione.

Nessuna ricerca dell’applauso.

Solo una progressione continua che porta lontano, molto lontano, verso un finale che sa di roccia, sale e distanza.

Di quelle distanze che in montagna sembrano sempre più vicine di quanto siano davvero.

Un vino che non chiede volume, chiede spazio.

88++ Punti.

– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC CHARDONNAY “NAMA” 2022, CANTINA NALS MARGREID (ALTO ADIGE): al naso è un’esplosione controllata.

Dimenticate le dolcezze scontate, qui domina una mineralità severa, quasi gessosa, che richiama la grafite e il fumo trafitta da lampi di pompelmo e zolfanello appen sfregato.

È un olfatto verticale, “green” nel suo essere vitale, dove il legno non è un vestito ingombrante ma una sottile trama di seta che avvolge note di fiori bianchi e agrumi.

In bocca il pugno glicerico della struttura cerca di domare una freschezza alpina che non concede sconti.

Il sorso è sostanzioso, quasi masticabile, eppure scorre con un’agilità disarmante, lasciando dietro di sé una scia sapida che sa di pietra e di vento.

È un vino che danza tra la cremosità del burro e la lama dell’acidità, chiudendo con un finale lunghissimo che ti costringe a riflettere su quanto il tempo e il territorio possano trasformare un vitigno internazionale in un interprete purissimo di un luogo.

Un vino con dentro il battito della montagna.

89 Punti.

– DOLOMITI IGT BIANCO “CUVÉE ADAMANTIS” 2023, CANTINA VALLE ISARCO (ALTO ADIGE): un coro polifonico dove il Sylvaner tiene le fila con la sua eleganza innata mentre il Grüner Veltliner e il Pinot Grigio aggiungono sostanza e speziatura, lasciando al Kerner il compito di chiudere con quel guizzo aromatico che è la firma della valle.

Il naso è un viaggio sensoriale che parte dai fiori bianchi di campo per poi perdersi tra le note esotiche della pesca e del mango, trafitte da un’insolita e affascinante piccantezza di pepe bianco e un soffio d’incenso che parla di tempi lenti.

Il sorso è una danza di contrasti.

La cremosità figlia del lungo nelle prigioni di legno e vetro si scontra con una freschezza minerale che non fa prigionieri, lasciando il palato pulito, vibrante, quasi elettrico. 

Un vino in cui la struttura non è mai opulenza fine a se stessa ma supporto a una bevibilità disarmante e la chiusura, agrumata e sapida, un richiamo continuo al sorso successivo che fa leva su una persistenza che ti accompagna mentre cerchi di decifrare la complessità di un’annata che sembra aver trovato una delle sue espressioni più alte e identitarie.

89- Punti.

– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC GEWÜRZTRAMINER “VIGNA CASTEL RECHTENTHAL” 2022 RISERVA, J. HOFSTÄTTER (ALTO ADIGE): un naso che racconta un giardino di montagna dopo un temporale estivo: roselline selvatiche appena sbocciate, lavanda…

E poi la pesca noce, un tocco esotico di litchi maturo, quella sottile speziatura che “sennò che Gewürz sarebbe?”, una pennellata di incenso, una di mandorla, un forse grasso di cioccolato.

Tanto, si, ma niente di barocco.

Qui tutto è slanciato, aereo, cesellato dal vento e dalla pietra.

Un’aromaticità che non travolge, ma seduce con intelligenza.

In bocca è carezza decisa.

Il corpo è pieno, strutturato, eppure sorretto da una sapidità minerale che lo rende verticale, da un’acidità brillante che danza come acqua di sorgente tra i sassi.

Alcol e glicerina non mancano ma colpiscono la tensione e quella freschezza salmastra che allunga il sorso verso un finale leggermente tostato, con echi di spezie dolci, mandorla e un ritorno floreale che invita al bis.

Un vino di dolomitica precisione che profuma di mani sapienti che sanno ascoltare la terra.

89++ Punti.

– MARCHE IGT CHARDONNAY “LE PICCOLE” 2022, LANCIANI (MARCHE): il naso si apre piano, come una conversazione come una conversazione dopo che hai preso confidenza.

E allora arrivano la mela golden e la pera matura, poi un soffio di agrumi canditi e fiori di acacia, quindi la nocciola tostata e leggiadra e quel tocco burroso elegante che il legno sa regalare senza imporre.

Sotto, discreta ma presente, la mineralità argillosa delle colline picene, con un filo balsamico a rinfrescare tutto.

Il sorso entra pieno, strutturato, con una grassezza avvolgente che però non appesantisce.

L’acidità tiene la barra dritta, la sapidità (il Territorio) pulisce e allunga, e la chiusura è firma calligrafica e armonica, con ritorni di frutta gialla, mandorla e bianca, delicata speziatura.

Non un omaggio al vitigno francese ma un dialogo riuscito con il luogo, una piccola storia marchigiana che merita di essere raccontata un sorso alla volta.

88 Punti.

– COLLI MACERATESI DOC RIBONA “ANGERA” 2013 (MAGNUM), IL POLLENZA (MARCHE): il naso è un turbine di emozioni, un intreccio di agrumi canditi che brillano come sole al tramonto, mela matura e albicocca sciroppata, fiori di ginestra selvatica, salvia e timo di collina, una mineralità pietrosa e salina che sa di mare lontano e di terra sacra.

Profondo, stratificato, commovente.

Un bouquet che non si limita a raccontare: incanta, ferisce, seduce.

Al palato è pura intensità.

Un sorso che ti avvolge come un abbraccio appassionato e ti trafigge con un’acidità vibrante, tagliente come lama di luce.

Struttura possente, estratto generoso, sapidità marina potente e rocciosa che si allunga in un finale infinito, quasi doloroso nella sua bellezza.

Frutta a nocciolo matura, erbe aromatiche, miele millefiori e spezie antiche emergono dal tempo in bottiglia, creando un’armonia commossa tra giovinezza eterna e saggezza profonda.

È un bianco che non invecchia: si evolve, si fa più grande, più vivo, più indomito.

un sospiro delle colline maceratesi che ti afferra l’anima, un sussurro millenario che si trasforma in urlo silenzioso dentro al calice.

89– Punti.

– MARCHE IGT BIANCO PASSITO “GRIFAMANTE” 2025, LE CIME BASSE (MARCHE): si distende al naso con eleganza, regalando sensazioni di albicocca disidratata e fichi maturi, note di miele d’acacia e scorza d’arancia candita, un tocco di mandorla fresca e quel fondo minerale che ricorda tanto il territorio di Matelica, con le sue brezze fresche che arrivano dall’Appennino anche quando il sole picchia.

C’è poi una vena balsamica sottile, quasi erboristica, che impedisce al frutto di diventare stucchevole che introduce un sorso avvolgente ma mai pesante.

La dolcezza è ben bilanciata da una freschezza acida che è filo tesissimo e da una sapidità che pulisce il palato e invita al secondo bicchiere.

La trama è vellutata, glicerica quel tanto che serve a dare volume, e il finale lungo, con ritorni di frutta gialla matura, miele e un’ammandorlata persistenza che rende la chiusura pulita e quasi salina.

In un panorama di passiti a volte troppo opulenti o troppo semplici, questo ha carattere, misura e una personalità che sa delle Marche, quelle vere; è una storia di colline e mani che lavorano la terra.

88++ Punti.

– SOAVE CLASSICO DOC “VINTAGE COLLECTION” 2016, INAMA (VENETO): dal calice i profumi arrivano per gradi, come da una porta che si apre lentamente.

Prima la pesca gialla e la pera matura, poi il lime, la camomilla, il miele.

E mentre voi e il vino respirate il racconto si allunga arricchendosi di paragrafi fatti di scorza di limone essiccata, albicocca, una lieve sfumatura di caramello, un ricordo di fiori appassiti che non ha nulla di stanco e molto di elegante.

Tutto rimane sottile, sfumato in una complessità suggerita piuttosto che dichiarata.

E l’assaggio concretizza quanto il naso aveva immaginato.

Materico, disteso, setoso, occupa il palato senza invadere né appesantire.

La materia è piena, distesa, quasi vellutata.

La frutta è nitida, accompagnata da una freschezza ancora sorprendentemente viva e da una sapidità che emerge poco alla volta, come una corrente sotterranea.

Il finale rimane sospeso tra miele leggero, agrume candito e una traccia minerale che continua a riaffiorare anche quando il bicchiere è ormai lontano dalle labbra. 

È una persistenza discreta, che rimane lì, anche quando il bicchiere torna a posarsi sul tavolo e la conversazione prosegue.

Un vino che sa farsi ascoltare.

89- Punti.

E QUINDI?

E quindi GRAZIE a FALSTAFF ITALIA e a tutti i Produttori presenti.

In un periodo in cui i bianchi conquistano sempre più spazio nelle carte dei ristoranti e nelle preferenze di chi beve con curiosità, questo WHITE WINE PARTY è arrivato al momento giusto: non a caso, ma perché i vini bianchi italiani stanno vivendo un momento splendido, fatto di freschezza, complessità e grande versatilità.

È stata una giornata intensa, in cui i protagonisti sono stati il vino, il tempo, l’uomo e il Territorio.

Si è assaggiato il futuro di una categoria che non ha più bisogno di giustificazioni e, soprattutto, si è capito che eventi di questo tipo, quando fatti con misura e passione, riescono a unire operatori, appassionati e produttori senza trasformarsi in fiera o in passerella.

Un esordio convincente, di quelli che lasciano voglia di rivedersi presto.

Mettete in agenda l’Edizione 2027, io l’ho già fatto.

Roberto Alloi

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Archiviato in:Aziende, Eventi, Evidenza, Vino Contrassegnato con: ABBAZIA DI NOVACELLA, Alto Adige, ANGERA, APPIUS, CANTINA BOZEN, CANTINA NALS MARGREID, CANTINA SAN MICHELE APPIANO, CANTINE VALLE ISARCO, Chardonnay, CLASSICO, Colli Maceratesi, CUVÉE ADAMANTIS, enoevo, FALSTAFF Italia, Falstaff White Wine Party, Gewürztraminer, GRIFAMANTE, Grüner Veltliner, IL POLLENZA, INAMA, J. HOFSTÄTTER, LANCIANI, LE CIME BASSE, LE PICCOLE, magnum, marche, NAMA, Passito, Petite Arvine, Pinot Bianco, pinot grigio, Ribona, RISERVA, Roberto Alloi, Rosset terroir, sauvignon, Soave, SOPRAQUOTA 900, STIFTGARTEN, Südtirol, Sylvaner, TAL 1930, Valle d'Aosta, Veneto, VIGNA CASTEL RECHTENTHAL, VIGNA KOLBERNHOF, VIGNA PIRCHSCHRAIT, Vino da Tavola, vinodentro, VINTAGE COLLECTION

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