
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 18 giugno, gli eleganti spazi di Palazzo Ripetta a Roma hanno ospitato un “Wine Experience” organizzata dal Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo e dedicata a quel Cerasuolo che di questa regione rappresenta la vera anima enoica.
Non solo banchi d’assaggio ma un “talk” nel quale, presenti il Presidente del Consorzio Alessandro Nicodemi, il Cerimoniere di Stato Alessandro Scorsone e il sommelier del ristorante Mirabelle Fabrizio Colaianni, l’attrice e sommelier Francesca Valtorta ha provato a sviscerare la poliedricità di un vino “unico” come il Cerasuolo d’Abruzzo accompagnando i giornalisti presenti in un viaggio tra Storia e storie di un Abruzzo del vino che, facendo leva su qualità e Tradizione, è ormai sempre più lanciato alla conquista di nuovi mercati ed estimatori.

IL CERASUOLO D’ABRUZZO
In Abruzzo, tra terreni ostinati e contadini poco inclini allo scherzo, nasce lui: “IL” Cerasuolo, quel rosato che per decenni ha recitato la parte del cugino simpatico mentre il Montepulciano si prendeva tutti gli onori, le medaglie e le copertine.
Il “Cerasuolo” (scegliete Voi se dal latino “cerasum”, dal greco “keràsion” o dal napoletano “cerasa”) se ne sta nel bicchiere con quel colore da “ho preso un po’ di sole ma non esageriamo”, un rosa-ciliegia che oscilla tra il carino e il “non voglio sembrare troppo impegnativo ma…”.
Tutto grazie al Montepulciano d’Abruzzo, trattato con la delicatezza di chi ha i campi da zappare e poco tempo da perdere.
Già Polibio nel II secolo a.C. raccontava che questi vini abruzzesi avevano rimesso in piedi i soldati di Annibale dopo Canne.
Traduzione libera: “Senza di noi eravate spacciati, ragazzi”.
Secoli dopo Michele Torcia, Panfilo Serafini e vari manuali ottocenteschi citavano Montepulciano e “cerasuoli” o “cerasella” come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Per i contadini però non era vino da intenditori con il naso all’insù, era quello di tutti i giorni, quello che tiravi fuori con orgoglio quando arrivava la suocera o il compare importante.
Due pigiate leggere, fermentazione express con le bucce, la vecchia “svacata”, magari il salasso e voilà: profumo di ciliegia, frutti rossi, rosa e quella firma vegetale di macchia mediterranea che sa di casa e di fatica.
Fresco, beverino (anche), perfetto con arrosticini, pecorino stagionato, brodetto.
Il jolly della tavola abruzzese, ignorato dai critici ma amato da chi lavora davvero.
Negli anni Sessanta parte la grande epopea della DOC Montepulciano d’Abruzzo.
Il Cerasuolo?
Dentro anche lui, ma relegato a tipologia di contorno, il classico “fratello minore” che sorride mentre l’altro si prende la scena.
Per quarant’anni ha fatto il paziente: “Tranquilli, sto bene qui nell’ombra, voi continuate a farvi belli”.
Poi finalmente qualcuno si è accorto che questo vino aveva una personalità tutta sua (roba da matti, eh?).
E nel 2010, zac!
Nasce la sua DOC indipendente.
Meglio tardi che mai, direbbe un abruzzese mentre si versa un altro bicchiere.
Adesso può finalmente pavoneggiarsi un po’: Montepulciano almeno 85%, colore da copertina patinata, freschezza che ti schiaffeggia piacevolmente, sapidità da mare e un frutto croccante che fa vergognare tanti rosati da rivista.
Ci sono le versioni “tutti i giorni” (le più oneste) e le Superiore che si mettono in tiro e invecchiano pure con una certa dignità inaspettata.
Il bello è che non è un vino costruito a tavolino dai soliti guru del marketing.
È TERRITORIO vero, con tutte le sue bizze: colline che scendono verso l’Adriatico, suoli lunatici, sbalzi termici da montagne capricciose e brezze che mischiano aria di mare e di pecora.
Rustico quando gli gira, raffinato quando vuole fare bella figura, sorride quando Vi sorprende a scoprirlo più serio di quanto eravate disposti a concedergli.
Insomma, il Cerasuolo d’Abruzzo è Storia, Storie e un sacco di Emozioni, il tutto condito con un bel “finalmente”.
Un vino che ha aspettato il suo momento senza fare troppe scene, ha guardato il Montepulciano prendersi la ribalta e poi si è preso la sua, con calma e un sorrisetto ironico.

GLI ASSAGGI
Circa venti le Aziende presenti in rappresentanza di molte delle anime produttive della regione e tanti i vini in degustazione (tra cui “anche” il Cerasuolo).
Un viaggio davvero interessante tra bianchi, rossi, bollicine e, naturalmente, rosati che Vi riassumo nella mia personalissima “TOP TWELVE”, dodici vini che Vi invito ad assaggiare personalmente per farVi un’idea, qualora non l’aveste già, di quanto l’Abruzzo del vino sia in grado di regalare in fatto di emozioni.

– TERRE D’ABRUZZO IGT BIANCO “MARGENTO” 2025, SIMIGLIANI: Riesling, Traminer, Palava, Pinot Grigio e un saldo di Chardonnay, un’ensemble che unisce acidità teutonica, aromaticità friulana e sapidità abruzzese.
Riesling e Traminer guidano un olfatto ricco di pesca, albicocca e pera matura cui seguono pompelmo, cedro, un tocco di spezie…
Il Palava aggiunge esoticità, il Pinot Grigio mandorla, erbe aromatiche e mineralità terragna, lo Chardonnay prova a fare da paciere ma…gli altri sembrano avere ciascuno una personalità troppo spiccata.
E mentre state ancora ragionando su come la macerazione aggiunga tè nero, spezie dolci e un velo di zafferano, lo assaggiate e rimanete colpiti da come morbidezze e tannini sapientemente estratti si punzecchino simpaticamente.
Di adriatica sapidità vive di un’acidità che tiene in equilibrio frutta polposa e ritorni di agrumi ed erbe aromatiche.
Chiude lungo su amaricanti piacevolezze di mandorla e pompelmo sottolineate da un tannino che pulisce e invita a un secondo sorso.
Un bianco “travestito da rosso” che ben rappresenta l’animo di Francesco, radici miste, curiosità, rispetto per la terra.
Un vino sincero, personale e…dannatamente bevibile.
Il punteggio?
Difficile dirne…è un vino che rifugge gran parte delle categorie.
Assaggiatelo e dite Voi.

– CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “FANFARONE” 2025, SIMIGLIANI: “FANFARONE” è Montepulciano vinificato in rosa con l’intelligenza e la sensibilità di chi sa cosa sta facendo, lontano distanze dai rosati anemici e con la spina dorsale di un rosso “alleggerito”.
Il naso è generoso e preciso.
Fragola, lampone, ciliegia croccante, melograno…
E poi viole, gerani, le erbe mediterranee portate dal vento e quella sapida mineralità che grida “Abruzzo” senza bisogno di etichette.
Fresco, invitante, mai scontato, regala un sorso che convince.
Struttura, acidità affilata, frutto succoso e croccante, sottolinea la sapidità e chiude con una firma di vegetale amaritudine che è firma di tradizione.
Il tannino?
Educato.
La beva?
Pericolosamente fluida.
Una piccola cantina a Ripa Teatina e un ingegnere che ha deciso di lasciare le certezze dei calcoli e il porto sicuro di una scrivania e scegliere sudore e mani sporche di terra per produrre un vino autentico e territoriale, fatto con la testa e con il cuore.
86++ Punti.

– TREBBIANO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “PORTARISPETTO” 2024, FONTEFICO: un naso che ne racconta l’origine con sincerità disarmante.
Profuma di terra lavorata con “rispetto”, di erbe mediterranee, peperone verde e finocchietto selvatico, frutta bianca croccante (pera, mela golden, pesca), soffi d’agrume e quella mineralità sapido-gessosa che arriva dritta dal cuore della terra e dal respiro del mare.
Sa di zolle rivoltate, del respiro salmastro del mare, di sole abruzzese.
Mai niente di urlato, è tutto autentico, territoriale, senza artifici.
E in bocca il legame con la terra si fa ancora più evidente.
Struttura importante e morbidezza tenuta a bada dall’affilata e succosa freschezza.
Zero effetti speciali, frutto è bianco e maturo e poi sapidità marcata che ricorda il sale delle onde vicine, mineralità profonda e persistente, finale lungo, elegante, con quel tocco leggermente amaricante a chiudere il cerchio.
Muta nel bicchiere come la terra con le stagioni.
C’è una dimensione profondamente territoriale in questo Trebbiano: non tanto nella forza del racconto, quanto nella sua capacità di evocare un luogo attraverso dettagli, sfumature, sensazioni.
Il vento che attraversa le vigne, la vicinanza del mare, la trama minerale del suolo emergono nel vino come tracce discrete ma riconoscibili.
È un bianco di misura e profondità, capace di esprimere con chiarezza il carattere della sua terra
Non è solo un buon vino: è una dichiarazione d’intenti.
Il rispetto, a volte, è una forma di ascolto e qui è il vigneto a prendere la parola.
88/++

– ABRUZZO DOC PECORINO “LA CANAGLIA” 2023, FONTEFICO: ti guarda sfacciato dal calice, come a dire: “eh, che vuoi?”
Naso evoluto, da bullo di quartiere: limone e pompelmo sparati, erbe aromatiche che fanno a cazzotti con un tocco balsamico, fiori bianchi un po’ snob e quella mineralità salina che ti ricorda che il mare è lì dietro a fare il bullo pure lui.
C’è pure un sottofondo di frutta tropicale che arriva con aria da “tranquilli! C’ho solo quattordicigradi!”
Ma è in bocca che “LA CANAGLIA” tira fuori il suo vero talento da delinquente.
Attacco fresco e sapido, quasi ti schiaffeggia con la salsedine, poi il sorso si allarga, diventa carnoso, glicerico si ma senza mai scadere nel “guarda quanto sono importante”.
L’acidità è una lama, dritta e pronta al duello, che ti tiene sveglio e ti fa chiedere perché mai dovresti bere altro.
Chiude lungo, con ritorni di erbe mediterranee, mandorla e quella firma iodata che ti spinge a prenotare un tavolo al mare solo per giustificare l’acquisto.
Da una vigna con rese ridicole e suoli ostili un Pecorino lontano cento leghe dalle mode degli hipsters del vino, un birbante che merita il banco dei migliori.
88++ Punti.

– ABRUZZO DOC PECORINO SUPERIORE “LA FOIA” 2023, FONTEFICO: un corpo a corpo sensoriale.
Appena lo liberi dalla prigione di vetro non chiede permesso, ti invade.
Dopo un colore che sembra un presagio arriva un naso in cui la forza bruta della terra incontra la dolcezza traditrice del miele di castagno.
È un profumo che sa di camomilla essiccata al sole, di fiori bianchi che hanno lottato contro il vento salmastro.
E proprio quando pensi di averlo addomesticato, ecco un gancio destro di pepe bianco e spezie, un richiamo ancestrale che ti rammenta che questo non è uno scherzo.
Il sorso è un corpo a corpo.
Cremoso, quasi carnale, una carezza di velluto che nasconde muscoli d’acciaio.
Riempie il palato con una corposità sfacciata e ti spiazza con una sciabolata di freschezza improvvisa, una lama acida che taglia la materia e tutto pulisce, lasciandoti addosso un brivido marino.
È un equilibrio instabile, eccitante, come camminare su una fune tesa sopra l’Adriatico.
La chiusura?
Un addio che sa di arrivederci.
Una sapidità minerale che ti resta incollata alle labbra, un finale lungo, lunghissimo, che sussurra storie di vigne vecchie
Un vino da vivere.
87++ Punti.

– CARASUOLO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “FOSSIMATTO” 2025, FONTEFICO: c’è del sano, bellissimo delirio in un Cerasuolo che rifiuta di recitare la parte del “rosato leggero da terrazza”.
“FOSSIMATTO” è Montepulciano in purezza che ha deciso di vestirsi di rosa senza rinunciare alla schiena dritta, alla carne, alla terra e al carattere abruzzese.
Un vino che guarda il mare ma affonda le radici nella roccia.
Un Cerasuolo come pochi, lontano dai “rosati e dai compromessi tra rosso e bianco; un vino a sé, pieno, identitario, quasi arrogante nella sua capacità di riempire il calice e il pensiero.
È presenza pura.
Al naso è un’esplosione che racconta l’Abruzzo senza filtri: il ribes rosso maturo, il lampone selvatico, la fragola sotto il sole, poi erbe mediterranee, un soffio di terra umida dopo la pioggia, quel fondo minerale ferroso che sa di colline battute dal vento e dal sale dell’Adriatico vicino.
Un bicchiere di Territorio, senza trucco e senza inganno.
In bocca è strutturato, carnoso, vivo.
L’acidità vibrante tiene in piedi una materia densa e succosa, i frutti rossi croccanti si intrecciano a una sapidità che arriva dritta dal mare, i tannini “forti e gentili” danno nerbo e un allungo che non finisce subito.
Un vino in rosa che ha l’anima di un rosso e la freschezza del vento costiero.
“FOSSIMATTO” è per chi cerca un vino con la spina dorsale.
Perché certi vini non si bevono, si incontrano.
88–Punti.

– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “COCCA DI CASA” 2022, FONTEFICO:
C’è un Abruzzo che non ha bisogno di urlare per farsi sentire.
È quello che guarda il mare dalla Costa dei Trabocchi, dove il vento salmastro, la pietra e l’argilla decidono tutto.
Nel calice: passione mediterranea che si fa seta
Olfatto generoso ma senza strafare; non urla, racconta.
Il naso è un abbraccio che avvolge, un intreccio di frutti rossi maturi, di prugna succosa, di ciliegia sotto spirito, che danzano con note più scure di liquirizia e un tocco balsamico che ricorda il sottobosco dopo la pioggia.
Non mancano sfumature speziate, un pepe nero appena macinato che stuzzica e invita.
In bocca si rivela con una struttura imponente ma mai sgarbata.
Il sorso è pieno, avvolgente, con un tannino che morde con eleganza, ben integrato nel velluto della trama.
La freschezza, pur non essendo protagonista assoluta, si fa sentire, bilanciando la potenza e invitando al secondo calice.
Lungo e persistente il finale, con ritorni fruttati e una scia minerale che pulisce il palato lasciando un ricordo indelebile di terra e passione.
Un vino che non ha fretta.
Un vino che emoziona perché è sincero, che non vuole piacere a tutti i costi ma solo essere sé stesso.
88 Punti.

– ABRUZZO DOC PECORINO 2025, TENUTA I FAURI: Il naso è un cantiere aperto, un groviglio di sensazioni che sgomitano per uscire dal calice, un olfatto irrequieto, in continuo movimento.
L’incipit sembra quasi rassicurante, con dolcezze di mela Granny Smith e pera Williams non ancora matura, ma è…un inganno.
Perché gli agrumi alzano la voce: l’asprezza tagliente del limone, l’amaritudine della scorza d’arancia e un accenno di cedro che sferza le narici.
E mentre cerchi di rimettere in ordine i pensieri, le ossa di pietra della Majella si immergono nel respiro salmastro dell’Adriatico ed emerge una sapidità quasi palpabile di sassi rimescolati dalle onde mescolata a folate di menta selvatica, timo e una mandorla tostata che sa di fine estate.
In bocca è un duello.
Una lama dritta, a doppio filo, freschezza citrina che agita le papille e sapidità che prosciuga il palato.
Ma non è un vino esile; sotto la corazza nervosa c’è polpa, materia, l’anima di un territorio che regala sostanza senza mai appesantire.
Il sorso si distende con prepotenza, svelando un dinamismo che gioca tutto sul contrasto tra la succosità del frutto e l’irruenza del sale.
La chiusura è lunga, testarda, e lascia sul ring un ricordo di agrume spremuto e un’amaritudine di osso di pesca che ti costringe a cercare subito il sorso successivo.
Figlio di un’annata che ha finalmente fatto pace con il calendario, di un’annata di redenzione, pecca forse di arrogante gioventù, ma è proprio questa sua schiettezza ruspante a renderlo irresistibile.
Un vino che non chiede scusa e non fa prigionieri, non bussa prima di entrare e si siede a capotavola
88- punti

– CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “BALDOVINO” 2025, TENUTA I FAURI: il naso è un viaggio a ritroso nel tempo, un ritorno ai pomeriggi d’estate passati a rubare le ciliegie dall’albero del vicino.
C’è il profumo dei duroni maturi, della melagrana che scrocchia sotto i denti e di quei piccoli frutti che i rovi provano a far crescere di nascosto.
Ma basta un attimo perché il racconto si faccia più profondo, svelando note di radice di liquirizia, di pepe rosa e quel sentore di geranio selvatico che cresce lungo i fossi.
È un olfatto che non si accontenta di apparire, ma vuole trascinarti dentro la vigna, tra la polvere e il vento che profuma di mare.
In bocca è carezza ruvida e abbraccio energico, ti scuote e ti rassicura allo stesso tempo.
Entra con una struttura che non ti aspetti, solido, materico, per poi esplodere in una freschezza acida che sembra un lampo improvviso in una notte d’agosto.
La sapidità è la vera protagonista, una scia minerale che sa di argilla e di sale, un richiamo costante alla terra.
Il sorso corre veloce, dinamico, quasi impaziente, e chiude con quell’amarognolo di mandorla che è come l’ultima pagina di un libro che non vorresti mai finire di leggere.
Un calice in cui si agita una storia antica fatta di vigne a tendone e di mani che sanno di terra.
Un vino che ha il cuore grande, un Montepulciano che ha scelto di rimanere adolescente (forse).
88 Punti.

– ABRUZZO DOC PECORINO “EKWO” 2022, TERRAVIVA: e poi arriva lui, “EKWO”.
Dicono che significhi equilibrio, dal latino aequus.
Ma l’equilibrio, si sa, è una bestia rara, soprattutto quando hai a che fare con la vita.
Questo Pecorino, nel bicchiere, non è un tipo che ti urla in faccia le sue virtù. Ti sussurra, con una voce roca, verità che non ammettono repliche.
L’olfatto è un pugno di mediterraneità, un diretto di scorza di limone e pompelmo, amaro quanto basta.
Poi senti le erbe officinali, salvia e timo e quella nota di pietra focaia, quasi un odore di scintilla che ti dice che qui c’è qualcosa di vivo, di elettrico, sotto la superficie.
Non è un profumo da annusare e basta, è da respirare a pieni polmoni, come l’aria dopo un temporale.
In bocca, è un sorso di mare agitato che ti lascia il sale sulle labbra e un sapore di avventura.
La sapidità è prepotente, ti prende e non ti molla, sostenuta da un’acidità citrina che ti pulisce la bocca come una promessa mantenuta.
C’è polpa, certo, pesca gialla e nespola ma affatto svenevoli.
È la trama tattile, quasi gessosa, che ti fa sentire la terra, la fatica, la verità.
Un vino che ha un piglio rustico, ma con un’eleganza che non si compra, che non cerca di compiacere nessuno.
Va dritto al punto, come un ubriaco che sa dove vuole andare.
La chiusura è lunga e ti accompagna con un ammandorlato che ti ricorda che la vita, nonostante tutto, ha i suoi piccoli piaceri.
E poi quel ritorno balsamico, come un sospiro profondo, che ti fa venire voglia di quell’altro sorso di cui hai bisogno.
Un vino che non teme il tempo, perché ha già visto abbastanza ma che oggi, in questa bottiglia del ti racconta la freschezza di una gioventù che ha già capito come gira il mondo.
In enoteca? Un prezzo… onesto. Non ti rapina, ti offre un pezzo di verità per quello che vale.
Da bere ascoltando “SULLE LABBRA” dei COMA_COSE, ma con un bicchiere in mano e lo sguardo perso nell’orizzonte, dove il blu del mare si confonde col cielo, e pensi che, in fondo, non è andata poi così male.
88+ Punti.

– TREBBIANO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “MARIO’S 49” 2021, TERRAVIVA: un olfatto che si apre piano, con quella lentezza che solo il tempo e il rispetto possono regalare.
La frutta matura è la prima ad arrivare portando in dote pera Williams appena colta, pesca bianca e una mela golden che va scivolando verso la confettura.
Sono poi gli agrumi ad alzare la tensione, quelli luminosi e con la buccia spessa ed è perfettamente a fuoco l’immagine dei fiori di ginestra bagnati dalla rugiada del mattino mentre dal fondo del calice si alza quella mineralità bagnata di pietra focaia e sale marino che parla chiaro delle colline abruzzesi affacciate sull’adriatico.
Non è un bouquet urlato, è un sussurro che si fa via via più profondo, stratificato, quasi tridimensionale.
In bocca entra con una verticalità sorprendente.
L’attacco è sapido, fresco, quasi tagliente nella sua pulizia, eppure subito avvolgente.
L’acidità è viva, vibrante, di quelle che danzano sul palato senza mai stancare, sostenuta da una struttura che rivela l’origine montana del vitigno.
Il frutto si fa più denso, la pera e la pesca si fondono con note di mandorla fresca e un lieve idrocarburo che affiora discreto, segno di una complessità destinata a evolversi ancora negli anni.
Il finale è lungo, salino, con un ritorno di timo e salvia selvatica e una persistenza che invita a riavvicinare il bicchiere, lentamente, senza fretta.
“MARIO’S 49” non è solo un vino: è un atto di resistenza al tempo veloce.
Un vino che parla di radici, di vigne alte che sfidano il vento, di un territorio che non ha bisogno di mode per raccontare la sua verità.
Lo bevi e capisci che certi bianchi non si limitano a dissetare, accompagnano il pensiero, rallentano il respiro, e ti lasciano con quella sensazione rara di aver toccato qualcosa di autentico, di vivo, di destinato a migliorare ancora nel bicchiere e nella memoria.
Un abbraccio lento all’Abruzzo in forma liquida.
Da aprire senza fretta.
89– Punti.

– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOP 2022, OLIVIA: c’è qualcosa di profondamente abruzzese in questo Montepulciano.
Non il solito rosso robusto e un po’ rustico che tante volte si incontra nella regione, ma un vino che racconta una storia di terra, vento salmastro e cura artigianale.
Al naso non si perde in eccessi.
La frutta rossa matura emerge con i toni della prugna quasi passita e delle more dolci mentre le spezie, gentili, stendono un tappeto di vaniglia, pepe nero e cacao raccontando del breve viaggio nel legno.
È un bouquet complesso ma non urlato, elegante nella sua espressività mediterranea.
Il sorso conferma morbidezza e struttura, i tannini sono vellutati e ben educati e la viva acidità viva tiene tutto in equilibrio senza mai stancare.
Il frutto è croccante e succoso, tornano la ciliegia nera e la liquirizia mentre sei indeciso se il salato sia mare o roccia.
Lungo quanto deve e con un finale pulito giocato tra spezie e soffi balsamici.
Non un urlo di potenza, ma un respiro profondo, il canto sommesso di una terra sospesa tra mare e montagna.
Certo non un vino “da meditazione” ma un Montepulciano intelligente, quotidiano e di carattere.
Da aprire senza troppe cerimonie, ma con il rispetto che si deve a chi sa raccontare un Territorio in silenzio.
87++ Punti.

E QUINDI?
E quindi GRAZIE intanto al Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo per avermi voluto ospitare a questo bell’Evento.
È stata una esperienza molto ben organizzata e ricca di spunti di approfondimento che forse avrei preferito più “centrata” su quel Cerasuolo che doveva essere la “star” della serata e che invece, ai banchi d’assaggio, mi è sembrato recitare la parte del comprimario ma che ha avuto comunque il pregio di alzare il livello di attenzione e stimolare la curiosità dei numerosi winelovers intervenuti accendendo uno spot su un vino unico e poco incline a essere inquadrato nella famiglia dei “rosati modaioli”.
Grazie anche a tutte le Aziende presenti e naturalmente a tutti Voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino a qui.
