
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 23 maggio, le sale rinnovate del Grand Hotel Palatino di Roma hanno accolto la quarta edizione di BEREBIANCO, l’appuntamento che CUCINA & VINI porta avanti con ostinata, quasi militante passione.
Non si tratta di una semplice celebrazione del vino bianco, ma di un atto di resistenza elegante contro l’Italia comoda del “vino d’annata”, quella che cerca il consenso immediato e il piacere facile.
Il nostro Paese sa esprimere, da Nord a Sud, grandi bianchi destinati all’evoluzione: vini che non temono il tempo, ma anzi lo cercano, guadagnando con gli anni profondità, complessità e quel carattere unico che solo certe bottiglie mature sanno offrire.
Eppure questi vini rimangono spesso nascosti, patrimonio di pochi estimatori, ingiustamente assenti o relegati in fondo alle carte dei vini anche nei ristoranti più importanti.
BEREBIANCO è molto più di una degustazione: è una vetrina coraggiosa e un invito a cambiare prospettiva.
Un viaggio lento e necessario attraverso l’altra Italia bianchista, quella che molti considerano ancora “seconda” ma che in realtà racchiude storie di terre antiche, di vignaioli testardi e visionari, di bottiglie che non temono il confronto con le più nobili espressioni internazionali, anzi lo cercano e spesso lo vincono.
Un’occasione per fermarsi.
Per ficcare il naso, assaggiare, ascoltare.
Per ricordare che il tempo, nel vino come nella vita, non è un nemico da combattere, ma l’alleato più raffinato, il grande scultore che rivela solo a chi sa aspettare ciò che di più vero e profondo si cela dentro ogni grande bottiglia.

UN’ALTRA MASTERCLASS
Oltre 50 aziende da tutta Italia e più di 150 grandi vini in degustazione libera.
Una tavolozza viva di identità territoriali, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, con soste preziose in Liguria, Alto Adige, Friuli, Marche, Campania e oltre, offerta ai banchi d’assaggio sempre affollati.
Parallelamente al walk-around tasting, cinque masterclass dedicate alle vecchie annate hanno permesso ai partecipanti di toccare con mano il vero significato di “evoluzione”.
Assaggi verticali, orizzontali e a tratti diagonali che narravano, calice dopo calice, come il tempo trasformi il vino, lo affini, lo scavi, lo renda più profondo, più autentico, più vero.
In questa seconda masterclass, cinque vini da cinque diverse aziende, espressione di quattro regioni, Campania, Lazio, Marche e Umbria, e di cinque annate differenti.
Un percorso che si muove tra colline e terroir del Centro-Sud, attraversando con eleganza il tempo e sette vendemmie.
Una masterclass senza un tema stretto, se non quello dell’attesa: il tempo come silenzioso artigiano dell’edonismo, che lavora nell’ombra per regalare emozioni mature.
Nelle parole di chi il vino lo fa si percepiscono passione, dedizione, fatica e la profonda volontà di trasmettere il territorio in bottiglie che meritano di essere attese e conquistate.
I vini bianchi possono raccontare memorie di anni che abbiamo dimenticato?
Quelli di questa masterclass lo fanno, e con rara intensità. Gli altri attendono solo la vostra curiosità.

– GRECO DI TUFO DOCG “VIGNA SERRONE” 2016, CANTINE DI MARZO (CAMPANIA): un vino che incarna la forza selvatica e la profondità tellurica del tufo irpino.
Certo non un Greco qualunque e forse il “bad boy” della cantina, quello con il carattere ruvido e magnetico, figlio di un cru preciso e di un’annata che ha saputo regalare struttura e longevità.
Al naso è un tuffo nelle viscere della terra irpina.
Si apre con una mineralità affilata, pietrosa, quasi fumé, con sentori di pietra focaia bagnata e nobiltà sulfuree a precedere agrumi maturi (cedro, limone candito), pesca gialla, albicocca, mela cotogna, un tocco di miele millefiori e gli aromatici afflati di salvia, timo e finocchietto selvatico.
Un naso che richiede tempo e attenzione per comprenderne la complessità di rustica aristocrazia, per scovare quel fondo di mandorla fresca e resina che rende il bouquet profondo, stratificato, mai banale.
In bocca ha potenza e tensione.
L’incipit è materico ma sostenuto da un’acidità tagliente e da una sapidità minerale che graffia con eleganza.
Gli agrumi e la pesca sono maturi ma ancora croccanti mentre le note di erbe aromatiche e di pompelmo sposano una nobile amaritudine di mandorla regalando al sorso grip e personalità fino a una chiusura che si distende in un orizzonte dominato dagli echi affumicati.
Un vino da ascoltare in silenzio.
90 Punti.

– FIANO DI AVELLINO DOCG 2015, TENUTA DEL MERIGGIO (CAMPANIA): il naso è un ritratto fedele del territorio di Montemiletto.
Parte con una mineralità chiara, pietrosa, gessosa forse, accompagnata dall’eleganza di una nebbia fumé per poi aprirsi in un bouquet raffinato di pera Williams matura, mela cotogna, agrumi canditi, nocciola fresca, miele d’acacia, fiori di tiglio appassiti e un tocco erbaceo di salvia e camomilla.
C’è eleganza, compostezza e quella tipica nota di mandorla verde che dona personalità senza esagerare.
In bocca è teso e misurato.
L’attacco è morbido ma sostenuto da un’acidità vibrante e da una sapidità minerale che ci accompagna lungo tutto il sorso dando la mano ad agrumi maturi, pesca bianca e una nocciola che dona amaritudini financo rinfrescanti.
La mineralità tufacea torna prepotente, salina e quasi pietrosa, regalando un finale lungo, pulito e persistente, con echi di erbe aromatiche e una chiusura delicatamente ammandorlata.
Un Fiano che ha saputo aspettare.
Non un bianco di passaggio, ma un vino che si è preso tutto il tempo necessario per trasformarsi, per farsi più profondo, più irpino nell’anima.
Si becca il mio premio “SURPRAIS” e 88++ Punti, no…dippiù!

– FRASCATI SUPERIORE DOCG “LUNA MATER” 2012 RISERVA, FONTANA CANDIDA (LAZIO): qui il tempo ha lavorato con discrezione.
Lo si percepisce già dai primi profumi, che non arrivano compatti ma si svelano lentamente, come pagine sfogliate senza fretta.
All’inizio è la frutta a farsi riconoscere, matura ma ancora luminosa; poi arrivano il miele, gli agrumi canditi, la camomilla, e infine quelle sfumature più sottili che emergono solo concedendo al vino qualche minuto di attenzione.
Nel bicchiere sembra muoversi per cerchi concentrici.
Ogni ritorno al naso aggiunge un dettaglio, una sfumatura nuova, senza mai rompere l’armonia dell’insieme.
Fedele a quei Castelli Romani che producono vini “di bocca” più che “di naso” sembra rifuggire l’intensità ricercando la profondità di un sorso divenuto urgenza.
Entra morbido, quasi raccolto, poi si distende progressivamente, guadagnando spazio e precisione.
La materia è ampia ma mai pesante, attraversata com’è da una scia sapida che ne accompagna il cammino e ne definisce il carattere.
Tutto sembra procedere con naturalezza, senza accelerazioni né forzature.
E nel finale, quando il vino sembra aver già detto tutto, riaffiorano note di mandorla, agrumi maturi e pietra, che lasciano una traccia lunga e silente di quel vulcano che era e che è.
Un vino in cui l’equilibrio è una forma di complessità, un vino in cui il tempo si trasforma in racconto.
A distanza di un anno dall’ultimo assaggio ho trovato “un altro vino”, a dimostrazione che ogni bottiglia è “quella” e “in quel momento”, il resto sono emozioni.
88 Punti.

– VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOCG CLASSICO “UTOPIA” 2011 RISERVA, MONTECAPPONE(MARCHE): sembra appartenere a quell’ora incerta della sera in cui la luce smette di illuminare le cose e inizia a sfiorarle.
Ha la calma di chi non ha nulla da dimostrare.
I profumi affiorano uno dopo l’altro, come finestre aperte in una casa rimasta chiusa per anni; ci sono le scorze di agrumi dimenticate su una credenza, le erbe raccolte lungo un sentiero, le mandorle, il miele, la pietra scaldata dal sole…
Ogni sorso sembra allungare il tempo.
Non lo rallenta, lo dilata.
Le parole diventano meno necessarie, i dettagli più nitidi.
C’è qualcosa di profondamente marchigiano in questa capacità di unire misura e profondità, luce e materia, concretezza e immaginazione.
Il vino procede senza strappi, seguendo una traiettoria morbida e continua…a tratti sembra quasi scomparire, salvo riaffiorare pochi istanti dopo attraverso una scia salina che rimane impressa come il ricordo di una passeggiata vicino al mare in una giornata d’inverno.
Un vino che non chiede di essere analizzato ma abitato, come certi luoghi che tornano alla mente molti anni dopo averli lasciati, non per ciò che erano realmente, ma per ciò che hanno saputo custodire dentro di noi.
88++ Punti.

– UMBRIA BIANCO IGT TREBBIANO SPOLETINO “TREBIUM” 2010, ANTONELLI SAN MARCO(UMBRIA): a oltre tre lustri dalla vendemmia questo vino conserva ancora qualcosa di irrisolto; non nel senso di incompiuto, ma in quello più affascinante di un vino che continua a muoversi, a cambiare prospettiva, a sottrarsi a una definizione definitiva.
Il naso è un’entrata a gamba tesa!
Terra e tartufi sono lì, presenti, materici, a catechizzare su un’evoluzione che sarebbe da stolti ritenere compiuta perché…
Perché in fondo al tunnel c’è una luce di agrumi e uno sferragliare di mineralità che Vi viene inesorabilmente incontro, uno scorrere velocissimo di finestrini speziati e minerali che raccontano di viaggi e destinazioni misteriose.
Maturità ed energia fanno a sportellate e conducono a un sorso in cui si avverte come il tempo abbia modellato la materia senza addomesticarne il carattere.
Mantiene slancio, percorre il palato con una progressione incisiva e trova nella sapidità un elemento di continuità piuttosto che di semplice sostegno.
Più che largo, è profondo, più che avvolgente, è dinamico.
La sensazione che accompagna la degustazione è quella di un vino che continua a guardare avanti.
E il finale…
Il finale non c’è! Sostituito dalla meraviglia dell’accapigliarsi tra ritorni agrumati, affondi grafitici e strilli iodati che lasciano una sensazione di quell’energia sottile e rara che hanno le cose che hanno trovato il proprio equilibrio senza rinunciare alla propria inquietudine.
Un vino che non sembra interessato a raccontare il tempo trascorso ma piuttosto a raccontare quello che ha ancora davanti.
91 punti.

E QUINDI?
Intanto GRAZIE a CUCINA & VINI per avermi ospitato ancora una volta e a tutti i Produttori che, oltre alla fatica e al sudore, hanno voluto dedicare anche tempo e parole ai vini che ci hanno raccontato in questo bel pomeriggio.
E mentre ringrazio anche Voi per aver avuto la pazienza di leggermi fino a qui, Vi invito, qualora non lo aveste già fatto, a mutare il vostro pensiero nei confronti di quei vini bianchi che fino a pochi anni fa neppure i Produttori immaginavano destinati al futuro e che invece sono capaci di farci viaggiare nel tempo sul tappeto volante delle emozioni.
