
IL COSA E IL DOVE
Nel fine settimana dell’8 e 9 Novembre u.s. gli spazi del MONK di Roma hanno ospitato VAN TO ROME 2025, fiera dei vini naturali organizzata dal V.A.N.
Una due giorni dedicata a chi il vino lo fa “secondo natura” (leggasi: cercando di intervenire il meno possibile in campagna e in cantina).
25 Produttori “artigianali” (apprezzo che siano sempre meno quelli che si definiscono “naturali”) in rappresentanza di quell’Italia del vino che, da Nord a Sud, cerca di staccarsi da quelle che asserisce essere “ricette” preconfezionate, un’Italia enoica che sperimenta, valorizza e custodisce Territori e Tradizioni in un’ottica di rispetto e minima invadenza.

GLI ASSAGGI
Tanto ma non troppo in cui ficcare il naso, vecchie conoscenze e volti nuovi, conferme, qualche smentita, comunque sempre tanto da imparare da chi il vino lo fa e lo vive in prima persona cercando di spostare l’asticella ogni giorno più in alto anche in un settore dove l’approssimazione e troppo spesso ancora di casa.
Dalle le diverse cose di cui mi sono impicciato ho selezionato otto proposte che mi piace porre alla Vostra attenzione, otto vini che Vi invito ad assaggiare criticando le mie scelte laddove non incontrino il Vostro gradimento sottolineando in cosa il mio personalissimo giudizio differisce dal Vostro.
In ogni caso non date mai nulla per scontato e siate Curiosi…SEMPRE!

– VINO BIANCO “ANIMAE” 2021, MCCALIN (ABRUZZO): un Trebbiano da botte scolma che sa di Jura ma che guarda l’Adriatico.
Un olfatto incendiario, intriso di mallo di noce e caramella mou, fieno e incenso, macchia mediterranea e datteri, il tutto infarcito di un ché di puzzo di pietra sbattuta.
In bocca seduce con dolcezze ben più che latenti, bella freschezza e salina sapidità.
L’allungo?
Lungo, mooooolto lungo!
87++ Punti.

– VINO BIANCO “2VITE BIANCO” 2024, 2VITE (CAMPANIA): settanta parti di un Roviello che già alla fine del ‘500 se la comandava in termini di prezzo e il saldo di Caprettone del Vesuvio per un olfatto timidotimido che abbisogna di tempo perché gli si tirino fuori i pendii brulli del vulcano, il timo serpillo, gli agrumi maturi di una Costiera non lontana, la cera d’api, il miele, la pesca e l’albicocca mature ciascuno ad interpretare il proprio ruolo su un palcoscenico di minerale sapidità.
Il sorso serve da discrimine, un incipit di morbida eleganza seguito da un’esplosione salina che apre la mente alla comprensione delle complessità olfattive.
Lunghissimo, chiude su estreme piacevolezze vegetali-amaricanti che più che la mandorla ricordano il passatempo di masticare viticci.
88 Punti che forse si meritano anche un + (ma io sono notoriamente cattivo).

– VINO ROSSO “2VITE ROSSO” 2022, 2VITE (CAMPANIA): Mercurio e Moschetti non so in quale percentuale ma Aglianico e Piedirosso 70 a 30.
Un’annata ‘nzomma che costringe al pied de cuve e lascia che in bottiglia finisca un vino con una inapprezzabile volatile alta e quel pizzico di riduzione che sa di contadina tradizione e intriga il naso impicciando i pensieri lasciandoli vagare immaginando nebbie brettate.
Bello il frutto rosso croccante che racconta ciliegie e fragole, fresca la scorza d’arancia, schiocca la mandorla fresca e profumano i gerani in una atmosfera balsamico aromatica difficilmente identificabile ma che racchiude salvia, timo, incenso, pepe, eucalipto.
Il sorso confonde dietro acidità da Barbera la nobiltà dell’Aglianico e la costumanza del Piedirosso in un assaggio di saggia pazzia che sa di impossibile quadratura del cerchio e follia giovanile.
Resto in finestra ad osservare, ché hai visto mai che un po’ di cura del vetro non gli faccia mettere “n’copp’ ‘a capa”.
87++ Punti.

– BENEVENTANO IGP PIEDIROSSO “FEDERICIANO” 2023, BOSCO SANT’AGNESE (CAMPANIA): chi s’aspettasse un Piedirosso sbarazzino resterebbe basito di fronte alla potenza di una spezia che fa comunella con il frutto a creare una struttura di cui ciliegia e pepe sono armatura delle solide fondamenta olfattive e l’origano gabbia di ferro a imbrigliarle.
Il sorso è un continuo rincorrersi tra viva freschezza, peposa speziatura e tannini fini ma affatto silenti.
Il finale…beh, il finale è un lungo eco di lamponi e forse strizza un pochino troppo l’occhio alle piacevolezze (o semplicemente me lo aspettavo differente e più “di polso”) epperò ‘sto vino non è per niente male!
86++ Punti.
p.s. da tenere d’occhio anche il Greco “CALVUS” che accosta un olfatto di scoglio a un assaggio di tannica personalità (più di qualche “mah”, assolutamente gastronomico e piacevolissimo), il Barbera del Sannio “COPPACORTE”, forse fin troppo semplice ma dotato di un fascino scorbutico e l’Aglianico “TOPEÈ” che…ne riparliamo tra un paio d’anni.

– LACRIMA DI MORRO D’ALBA DOC SUPERIORE “MELANO” 2024, TENUTA SAN MARCELLO (MARCHE): in un quadro olfattivo di eleganza e intensità affatto comuni si distinguono nettamente violette e lavanda, mirtilli e visciole (‘sti marchigiani!), pepe e noce moscata da far impallidire i Syrah più orientaleggianti e poi, per chi sa aspettare, il caffè.
Il sorso propone discola freschezza e l’abbraccio appena ruvido ma proprio per questo molto caloroso dei tannini.
Succoso d’agrume lascia il calice con troppa facilità…dovrete riempirlo di nuovo.
“IL” o “LA” Lacrima…singolare fluido per passioni sopra le righe.
88 Punti (ma forse di più).

– VINO BIANCO “LE CESARINE” (e 20.20) 2020, DANIELE FAVARO (PIEMONTE): due vini in una descrizione, due vini riassaggiati a distanza di un parto (leggetene qui) per trovare il secondo che ha preso coscienza della nobiltà del frutto da cui proviene proponendolo come se fosse appena stato spiccato dal grappolo, con l’intensità di un quasi Traminer (ma non Gewürz) e la sottile intriganza delle spezie dolci; lungo, fresco, elegante…
Il primo invece relega quel frutto sul sipario di un palcoscenico calcato da ortolane vegetalità di sedano e finocchio selvatico.
Il sorso procura brividi leggendo le sottili, ammiccanti dolcezze che increspano i rimandi olfattivi allungandosi erbaceo sotto la lingua che vorreste schioccare.
88- – Punti.


– VINO ROSSO “MIASS” 2020, BRICCO VISCONTI (PIEMONTE): “microvinificazioni in ceramica” recita l’etichetta, un claim che sa di lavoro certosino, di decorazioni enoiche per palati di porcellana.
E invece i vini di Giorgio sono spesso dei cazzotti, come minimo dei benevoli scappellotti menati tra le risa e i bicchieri di tutti i giorni (mica roba da stelo e sofistici giri di polso).
Ed è forse proprio in questa loro semplicità che sta la complessità dell’assaggiarli.
Questo Dolcetto (vitigno che va trattato con pugno di ferro in guanto di velluto) racconta di un passato turbolento e di un oggi che, messo quasi da parte l’irruenza alcolica, culla il naso con lo sciabordio di una risacca di frutti rossi e di bosco pettinando arenili di erbe aromatiche.
Accenni olfattivi di terra umida e funghi introducono un sorso che arriccia le labbra con freschezze e sapidità pimpanti e al contempo accarezza il palato con tannini di inattesa educazione e una chiusura di delicata dolcezza.
88 Punti (e prendeteVi tempo per assaggiarlo).

– VINO BIANCO “HECATE” 2022, SATURNO (PIEMONTE): Cortese di nome ma non di fatto, orange non per convenzione ma nell’animo, che in una atmosfera piuttosto asfittica e vagamente casearia, lascia che risaltino toni di mela gialla matura, acacia e gelsomino su uno sfondo più salmastro che minerale.
Sorso che taglia il palato con la sua affilata freschezza per poi lasciare spazio a un tannino che non fa sconti.
Burbero ma di grande personalità, un vino con più di qualche BOH che si traducono in NI Maiuscolo ma da cui è difficile stare lontani e che si becca il mio premio “LEVATEMELO” (il perché sta forse in quell’HECATE che sa fare magie).
83- Punti.

E QUINDI?
E quindi GRAZIE a tuti i Produttori che hanno avuto il buon cuore e la pazienza di dedicare parte del loro tempo e del loro lavoro a me a alle mie divagazioni enoiche (in primis a chi, senza fare nomi, mi ha permesso di essere presente) e una “tiratina d’orecchie” agli Organizzatori per aver sfruttato non al meglio gli spazi offerti dalla location “ammucchiando” un po’ troppo i tavoli e per la scelta, liberissima ma mai condivisibile, di azzerare gli accrediti stampa.
Il mondo del vino è fatto in primis di persone che faticano per produrlo, di gente che si spende per venderlo, di tanti che si beano di berlo e di qualcuno che si ostina a volerlo comunicare, eliminare uno degli anelli della catena non significa indebolirla ma troncarla e il mondo è fatto di connessioni.
Appuntamento al 2026 (con tante speranze)!
