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ENOTIRINO 2026. Il racconto delle Colline Teramane.

ENOTIRINO

Sabato 29 agosto, Bussi sul Tirino ha smesso i panni di tranquillo paesone in provincia di Pescara per indossare quelli, decisamente più scintillanti, di capitale enoica d’Abruzzo.

Terza edizione per ENOTIRINO, e già si respira quell’aria da “manifestazione che ce l’ha fatta”, mica scontato, per chi tre anni fa partiva da un territorio che aveva la Storia ma di tradizione vinicola strutturata ne aveva ben poca.

Eppure, cari Voi, l’associazione Eno Tirino il sogno se l’è tenuto stretto, e oggi il sogno cammina, anzi corre.

Il centro storico si è trasformato in un percorso à la carte tra Castello Cantelmo, Piazza Tirino, Palazzo Franceschelli, Palazzo Fiorani, Via Progresso e Via Dietro Corte: cinque itinerari di degustazione dedicati alle diverse aree vitivinicole abruzzesi, perché no, non ci si accontenta più del generico “vino d’Abruzzo”, si va a cercare l’identità zona per zona.

Oltre cento espositori in tutto, di cui più di settanta cantine, tutte abruzzesi, tutte lì a giocarsi la carta dell’orgoglio territoriale.

Un dato che permette a ENOTIRINO di fregiarsi, senza troppa modestia mi tocca dire, del titolo di evento tematico con più cantine di tutto il Centro Italia.

“Bella Pensata”, verrebbe da dire.

E se il vino è il protagonista indiscusso (con banchi d’assaggio, convegni e masterclass tematiche) il resto del cast non scherza: show cooking, musica dal vivo, street food, laboratorio sensoriale per i più piccoli, impegno sostenibile

Un programma che definire “eclettico” è quasi riduttivo, ma che rende bene l’idea di un evento pensato per accompagnare l’ospite dall’aperitivo pomeridiano fino alla mezzanotte, senza un attimo di noia.

Il bilancio finale, va detto senza tirarla per le lunghe, è di quelli che fanno scuola: ENOTIRINO non cresce soltanto in numeri, cresce in struttura, in visione, in capacità di trasformare un borgo dell’Abruzzo interno in un modello di rinascita replicabile.

Non è narrazione, non è marketing da comunicato stampa: è un paese che tre anni fa non aveva una vocazione enoica riconosciuta e che oggi si gioca, a pieno titolo, il ruolo di riferimento del Centro Italia.

Appuntamento, direi, al 2027.

LA MASTERCLASS: “La prima Docg d’Abruzzo: le Colline Teramane tra Gran Sasso e Adriatico”.

COLLINE TERAMANE: stessa DOCG, mille facce.

Partiamo da un dato che a molti sfugge, e che invece è la chiave di tutto: le Colline Teramane non sono una collina sola.

Vibrata, Salinello, Tordino, Vomano: quattro vallate che scendono dal Gran Sasso fino all’Adriatico come dita di una mano aperta, disegnando in pochi chilometri un ventaglio di altitudini, esposizioni e suoli che altrove, in Abruzzo, semplicemente non esiste con questa densità.

Ed è forse proprio per questo che in questa DOCG (la prima e per anni unica di tutta la regione, arrivata nel 2003 dopo la sottozona del 1995) il territorio non è mai uno sfondo neutro davanti a cui il vitigno recita sempre la stessa parte.

È un protagonista capriccioso, che cambia copione comune dopo comune, a volte vigna dopo vigna, e Voi dovete imparare a fidarVi del bicchiere più che della mappa.

Prendete i vini della fascia costiera, quelli che nascono a manciate di chilometri dal mare: hanno un che di salmastro, quasi iodato, un’eco salina che si insinua tra il frutto e ti resta in bocca come il ricordo di una passeggiata sul bagnasciuga.

Spostatevi verso l’Appennino, sulle colline più alte e interne, dove l’aria si fa più magra e le notti più fresche, e lo stesso identico vitigno racconta tutta un’altra storia: pienezza diversa, sapidità più dura, una mineralità meno rotonda e più tagliente, quasi calcarea.

Stesso Montepulciano, stesso disciplinare, stessa provincia…due mondi che a stento si riconoscono fratelli.

E badate bene: non parliamo di distanze siderali.

Nell’alto teramano, lì dove pochi comuni stanno stretti attorno a un pugno di colline, pur con metodi di lavorazione e affinamento anche molto diversi da un’azienda all’altra, i vini mantengono un filo conduttore gustativo che li rende immediatamente riconoscibili come fratelli di sangue.

Lì il territorio parla più forte di qualsiasi scelta enologica.

Ma basta spostarsi di pochi chilometri e la regola si ribalta e la mano del produttore diventa la vera protagonista, quella che decide se un vino sarà scorbutico o levigato, ruvido o accomodante.

C’è chi, da queste parti, ha scelto la via più scomoda e affascinante: vasche di cemento, lieviti che nascono da soli in cantina senza essere invitati, nessuna filtrazione né chiarifica, affinamenti che si misurano in anni e non in mesi.

Un approccio quasi monacale, che lascia parlare l’annata senza filtri anche quando l’annata ha qualcosa di scomodo da dire.

A pochi chilometri di distanza, qualcun altro lo stesso vitigno lo veste con un abito più sartoriale, più levigato, più contemporaneo, cercando l’equilibrio tra potenza e finezza con la pazienza di chi sa che il tempo, in barrique come in botte grande, va rispettato e non forzato.

Altrove c’è chi ha scelto il biologico non come etichetta di marketing ma come conseguenza naturale di un rapporto quasi affettivo con le piante.

Più in alto, tra i 250 e i 300 metri, è l’altitudine da sola, più ancora della mano in cantina, a scolpire un profilo diverso rispetto ai vicini di pianura.

E poi c’è chi ha fatto della struttura la propria cifra stilistica, dimostrando che potenza ed eleganza, nel Montepulciano, possono benissimo stringersi la mano senza pestarsi i piedi.

Filosofie diverse, un solo disciplinare.

Ed è proprio il disciplinare, va detto, a istituzionalizzare questa centralità della mano umana e del pezzo di terra specifico.

Le Colline Teramane sono infatti l’unica denominazione abruzzese a misurare la resa per ceppo e non per ettaro e questo, unitamente all’imbottigliamento obbligatorio dentro la zona di produzione, evidenzia come qui non basti piantare Montepulciano, bisogna saperlo coltivare pianta per pianta, e vinificarlo restando fedeli, fino in fondo, al posto da cui viene.

Il risultato è una denominazione che, più di altre in regione, si racconta attraverso le differenze piuttosto che attraverso un’unica identità di gusto: il mare che si fa sentire su alcune colline, la montagna che pesa su altre, e in mezzo una quarantina di aziende che, tra tradizione e sperimentazione, continuano a dimostrare, bicchiere dopo bicchiere, che in questo angolo d’Abruzzo il vino non è mai soltanto una questione di uva ma, sempre e prima di tutto, una questione di dove e, subito dopo, immancabilmente, una questione di chi.

GLI ASSAGGI

Cinque i vini in assaggio, cinque espressioni di Montepulciano da cinque annate, cinque quadri del Territorio dipinti da cinque mani differenti.

Un caleidoscopio di emozioni a volte attese, a volte sconvolgenti per raccontare quelle Colline Teramane che troppo spesso il nostro sguardo dimentica perdendosi tra l’Adriatico e la montagna.

Date una letta alle mie personalissime note di assaggio, prendetele come sempre con molle molto lunghe e…correte ad assaggiare di persona.

– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “YANG” 2023, BARBA: se aprendo certe bottiglie Vi viene voglia di scusarVi con il vino per la fretta beh, con lo “YANG” non correte questo rischio.

Rosso di quasi impazienza di scurirsi, dinamico come vuole la filosofia tradizionale cinese, nel bicchiere sembra muoversi anche da fermo.

Amarena, prugna appena scura e un soffio di mora sono le prime note ad arrivare.

E dietro la frutta quella nota ferrosa che è un po’ la firma di questo vino, roba da scomodare sangue, chiodi arrugginiti, temporali…

Non è un difetto, è la mano che stringo dopo esserti tolto il guanto.

In bocca è un contadino che non si è ancora cambiato d’abito, di rustica eleganza, segnato da un tannino vivo, appena ruvido, che osa grattare prima di acquietarsi.

Un sorso sorretto dalla verticale freschezza e che non ha alcuna paura del frigorifero.

È un vino che parla ancora dialetto, non ha studiato le buone maniere del legno lungo, e proprio per questo convince.

La gioventù, qui, non è un limite da perdonare ma la sua condizione naturale, il momento in cui questo “YANG” dà il meglio di sé, prima che il tempo lo ingentilisca e forse lo addomestichi un po’ troppo.

Bere lo “YANG” oggi vuol dire bere una Polaroid, un vino ancora acerbo nei modi ma già chiaro nelle intenzioni.

Verrà forse il tempo dell’eleganza ma qui, oggi, si celebra la vita e la vita vale la pena di essere vissuta subito, fino in fondo al bicchiere.

Siate il suo “YING”.

87–Punti.

– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “NEROMORO” 2021 RISERVA, FATTORIA NICODEMI: il primo incontro non è fatto di effetti speciali, “NEROMORO” non cerca di sedurre con una successione ordinata di profumi riconoscibili, come una lista preparata per convincere chi assaggia.

Ha piuttosto il carattere di un racconto in cui alcune pagine rimangono inizialmente chiuse.

Serve aria, serve pazienza, serve quel piccolo intervallo in cui il vino smette di essere soltanto una bottiglia appena aperta e comincia a diventare una presenza.

Il naso è un viaggio più che una fotografia.

Non c’è il desiderio di stupire con una teatralità aromatica costruita a tavolino, piuttosto una progressione lenta, fatta di sensazioni che emergono una dopo l’altra.

Il frutto appare maturo ma mai pesante, la parte speziata arriva come una traccia, mentre il lato più profondo del vino richiama qualcosa di antico, di rifugio, di pietra, sembra raccontare più il luogo che il vitigno.

In bocca il “NEROMORO” trova la sua voce.

Nessuna dimostrazione muscolare, ma l’ingresso è pieno, il sorso ha spessore.

Il tannino è protagonista, fitto, ancora un po’ selvaggio come si conviene a quei rossi che osano sfidare il tempo, magari burbero ma accompagnato da una freschezza che evita ogni sensazione di staticità.

Il vino procede lungo il palato con passo regolare, lasciando una persistenza che non è soltanto durata, ma memoria.

In “NEROMORO” si conciliano la ricchezza del Montepulciano e un’idea di misura, la complessità e l’identità.

Se fosse un film, la scena finale inquadrerebbe il bicchiere sul tavolo e una mano che lo ruota nervosamente quasi a voler estrarre emozioni da quell’ultima goccia che sporca il vetro.

Dissolvenza al nero.

“NEROMORO” arriva quando tutto il resto ha smesso di fare rumore.

87++ Punti.

– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG 2017, ABBAZIA DI PROPEZZANO: ovvero: di come la fretta sia cattiva consigliera e di come, pure io😂, me possa sbajà.

l primo istinto è arrendersi.

Questa 2017 non ti tende certo la mano, addirittura la ritrae!

Appena il naso approccia il bicchiere inciampa in un’ossidazione ostinata, quasi provocatoria e il vino sembra guardarti negli occhi e chiederti: “Sei sicuro di voler continuare?”.

La tentazione è quella di archiviare il verdetto troppo in fretta e, mea culpa, confesso di averlo fatto (si! L’ho fatto e l’ho addirittura detto davanti a tutti).

Ma la mia solita irriverenza mi ha anche fatto fare un salto nel vuoto, guardare oltre l’ostacolo…assaggiare.

E quando ormai pensavo di aver capito tutto…è arrivata la bocca.

Maledettamente viva, irriverente.

L’acidità corre veloce, il sorso è dinamico, il tannino è presente ma non stanca, la salinità rimette continuamente in equilibrio ciò che il naso sembrava aver complicato.

È come leggere un romanzo il cui primo capitolo ti aveva fatto dubitare di aver scelto il libro giusto e ritrovarti, cento pagine dopo, incapace di chiuderlo.

E ho detto anche questo sospendendo il giudizio e mettendo un grosso punto interrogativo là dove avrebbe dovuto esserci un punteggio.

La masterclass aveva i suoi tempi, altri vini dovevano riempire i bicchieri, il tempo scorreva e…e l’occhio tornava ogni tanto a quel calice.

È bastato dimenticare il bicchiere sul tavolo, parlare d’altro, distrarsi, lasciare che il vino facesse il vino perché accadesse.

Minuto dopo minuto quella scorza ossidata ha perso terreno.

Non è scomparsa, per carità, sarebbe stato troppo facile, ma è rretrata.

Come una porta pesante che cigola lentamente sui cardini lasciando filtrare una luce che all’inizio non avevi nemmeno immaginato, da dietro hanno iniziato ad affacciarsi spezie dolci, resine, tabacco chiaro, scorze essiccate, un soffio d’incenso, un frutto che non è mai protagonista.

A quel punto il bicchiere sembrava aver cambiato latitudine.

Le atmosfere si sono fatte misteriosamente medio-orientali.

C’era qualcosa che ricordava i mercati delle spezie, le bancarelle di datteri e agrumi canditi, il profumo dell’ambra che rimane sospeso nell’aria dopo il passaggio di qualcuno.

Non era un’esplosione aromatica ma una suggestione.

Più che descrivere, evocava.

Ora fatemi fare un balzo di tempi e di modi, e continuare con un presente che mi pare essere più adeguato.

Tra olfatto e gusto c’è comunque una frattura, ma è proprio questa crasi a rendere il vino affascinante.

Qui non c’è coerenza immediata, c’è un’evoluzione che bisogna conquistarsi.

Serve pazienza, serve Curiosità e serve soprattutto la voglia di concedere una seconda possibilità. Perché questo Montepulciano non regala nulla a chi ha fretta.

L’immagine che continua a tornare è quella dell’araba fenice.

Non tanto perché rinasca dalle proprie ceneri, ma perché lo fa davanti ai tuoi occhi.

Ogni minuto passato nel bicchiere è una piuma che ricompare, un colore che si accende, una forma che torna riconoscibile, fino a quando quello che sembrava un vino stanco si trasforma in qualcosa di sorprendentemente vitale.

Non sarà il Colline Teramane più rassicurante, né quello che mette tutti d’accordo al primo sorso. Ma proprio per questo resta impresso.

Perché obbliga a rallentare, a dubitare delle prime impressioni e ad accettare che alcuni vini, come certi personaggi dei grandi racconti, si fanno conoscere solo dopo aver superato la diffidenza iniziale.

E quando finalmente decidono di raccontarsi, scopri che non parlavano la tua lingua

Stavano semplicemente aspettando che fossi tu a imparare la loro.

85-Punti (perché, insomma…sono forse anche tantini) ma l’esperienza è stata unica come il bagno di realtà cui mi ha costretto.

Da bere ascoltando “REALITY BATH” dei LAMB OF GOD.

– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “TORRE MIGLIORI” 2009, CERULLI SPINOZZI: sulla collina, quando arriva la sera, l’aria cambia odore, la terra smette di restituire il calore del sole e comincia a liberare ricordi. 

È una sensazione difficile da spiegare a chi l’Abruzzo lo attraversa soltanto.

Questo Montepulciano sembra nascere proprio da quell’istante sospeso, quando il vigneto tace per lasciare la parola al tempo.

Si accomoda nel bicchiere e schiude l’uscio dei profumi.

Le spezie, impertinenti, sfrucugliano il naso graffiandolo con pepe da mortaio e lanciano un avvertimento: “Attenzione! Qui dentro c’è vita!”

Il silenzio che segue è quello che precede i racconti belli.

Dal fondo del calice si alzano il caffè appena tostato e la liquirizia, quella vera, quella che sa di radice e di mani sporche di terra.

Le ciliegie sotto spirito sono quelle uscite dalla credenza della nonna, custodite per gli ospiti importanti e dimenticate lì abbastanza a lungo da trasformarsi in memoria liquida.

Poi, quasi senza chiedere il permesso, un profondo graffio di mentolo attraversa tutto il quadro aromatico e, incidendo grassezze di cioccolato, gli restituisce luce, respiro, profondità.

È un vino che dà l’impressione di aver vissuto molto, ma di non essersi stancato mai.

Ogni anno trascorso in bottiglia non ha tolto energia ma eliminato il superfluo lasciando solo l’essenziale.

In bocca cammina con la sicurezza di chi conosce ogni pietra della propria strada.

Il tannino è ormai velluto che il tempo ha reso liso ma la freschezza continua a sostenere il sorso e la materia, scura di terra e ferro, non pesa mai.

Tutto sembra intriso di una sana eleganza contadina, quella delle scarpe impolverate e delle giacche buone tirate fuori la Domenica, quella di chi preferisce una stretta di mano a un biglietto da visita, la dignità alle mode.

Il finale è lungo, balsamico, quasi meditativo.

Ritornano il caffè, la liquirizia, le spezie e quella freschezza mentolata che continua a rincorrerti anche quando il bicchiere è vuoto.

Un vino adulto e coerente, capace di restituire il Territorio attraverso la sua parte più schietta: la materia, la speziatura, il frutto scuro e quella ruvida gentilezza che, quando il tempo riesce a metterla a posto, può diventare eleganza.

89 Punti con forse un + (perché me lo ricordavo appena più brillante).

– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG “VIZZARRO” 2003, BARONE CORNACCHIA: da un’annata memorabile per il calore e la nascita della DOCG, un vino che si presenta al naso come chi ha camminato a lungo sulle Colline Teramane, con il Gran Sasso alle spalle e il mare che di tanto in tanto manda un saluto salmastro, e ora si siede al tavolo senza chiedere permesso.

Scuro in volto, segnato dal tempo come quei marinai che si ostinano a spicciare le reti con le loro dita nodose.

È un racconto che non ha fretta, che sotto la copertina impolverata di necessaria ossidazione lasci si sfoglino pagine già lette ma ancora capaci di sorprendere.

La confettura di prugne e le marasche sotto spirito hanno lasciato il posto a qualcosa di più inquieto e profondo, trasformando il frutto in quasi memoria.

Quel ché di whisky arriva come una nebbia di ricordi, non grezzo ma intriso della dolcezza legnosa e leggermente bruciata di un bicchiere lasciato a metà su un vecchio tavolo, con la leggera traccia di alcol che si è fatta eleganza

Accanto, si fa strada la noce moscata a precedere la liquirizia, quella nera e densa che ti resta attaccata alle dita, quella che sa di pomeriggi lontani e di dolci promesse.

C’è tabacco, un filo di cuoio, un soffio di sottobosco umido e quella mineralità di pietra e di vento che le Colline Teramane non dimenticano mai, anche quando il tempo ha già fatto il suo corso.

In bocca è il tempo a controllare la potenza.

Il sorso arriva pieno, carnoso, graffiato dalle note ossidative ma non pesante, i tannini sono setosi eppure presenti, come una stretta di mano ferma e l’acidità tiene tutto in piedi senza mai alzare la voce.

Torna la frutta matura, più scura e seriosa, mentre spezie e torba portano il racconto lontano, verso un finale ostinato fatto di amaritudini e sapidità.

Un vino di territorio, di famiglia, di tempo.

Un vino che non ha perso la voce, un vino da ascoltare prendendo quasi tutto per buono e nulla sul serio fino in fondo.

88++ Punti.

E QUINDI?

E quindi eccomi qui a ringraziare ancora una volta ENOTIRINO (in primis nella figura di Giorgio D’Orazio” per avermi ospitato ancora una volta a quello che sembra proprio avviarsi a diventare l’Evento enoico più importante del centro Italia.

Cura, passione, voglia di raccontare un Abruzzo che merita certo altri spazi e panorami ben più ampi, questo c’è alla base di ENOTIRINO e il tempo sembra voler dare ragione alla tenacia degli Organizzatori.

Io ho già messo in agenda l’Edizione 2027 e, fossi in Voi, mi terrei libero per l’ultimo fine settimana del prossimo anno, Bussi ci aspetta!

Roberto Alloi

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