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ENOTIRINO 2026. L’inaspettato delle bolle.

ENOTIRINO

Da Bussi sul Tirino ha mosso i primi passi la storia del vino di tutta una Regione, a Bussi il Montepulciano e il Cerasuolo raccontano autenticità e Tradizione, il Pecorino ha trovato casa e il Trebbiano non è mai stato solo un nome

E a Bussi sul Tirino c’è un giorno dell’anno in cui succede una cosa piuttosto curiosa: un paese tranquillo, che per anni ha conosciuto solo veleni e menefreghismo, dove normalmente il tempo sembra avere un passo diverso, viene improvvisamente invaso da calici, bottiglie, vignaioli, appassionati, curiosi e persone che sostengono di voler “fare solo un giro” (e la frase “solo un giro”, nel mondo del vino, ha più o meno la stessa affidabilità di un navigatore che dice “tra cento metri svoltare a destra” mentre ti sta portando dentro un campo).

ENOTIRINO nasce e cresce grazie alla volontà di Giorgio d’Orazio, Luca di Carlo e Marco Giuliani (Associazione ENOTIRINO ETS) e dalla collaborazione fattiva del Comune di Bussi.

Giunto quest’anno alla sua terza Edizione, il Wine Festival ha scelto la strada meno ovvia di mettere il vino dentro un territorio e non il territorio dentro un evento.

Il 29 agosto il centro storico di Bussi sul Tirino è diventato dunque una grande mappa del vino abruzzese, con oltre 70 cantine, più di 100 espositori, degustazioni, incontri, musica, cucina e prodotti tipici.

La cosa interessante è che ENOTIRINO non sembra nato con l’ossessione di essere “grande” ma con l’idea, forse più complicata, di essere riconoscibile.

Perché qui non si mette semplicemente una fila di banchi con delle bottiglie sopra.

Il vino segue un percorso, attraversa luoghi, sale storiche, palazzi, piazze.

Castello Cantelmo, Palazzo Franceschelli, Palazzo Fiorani diventano tappe di un viaggio tra aree vitivinicole diverse: Colline Pescaresi, Colline Teramane, Colline Teatine, Casauria, Terre Aquilane.

Una specie di atlante del vino abruzzese fatto con il vetro dei calici invece che con la carta. 

E forse la parte più interessante di ENOTIRINO è proprio quella di raccontare una regione che spesso ha avuto bisogno di spiegarsi troppo.

L’Abruzzo del vino non è una cosa sola, non è solo Montepulciano, non è solo Trebbiano, non è solo Cerasuolo.

È una terra lunga e complicata, fatta di montagne che guardano il mare, vallate nascoste, microclimi, storie familiari e produttori che spesso hanno passato più tempo in vigna che davanti a una telecamera.

Durante la giornata non sono mancati gli appuntamenti “seri”, gli incontri dedicati alla cultura del vino, le masterclass, gli showcooking, i momenti di approfondimento e quelli dedicati ai bambini, ma il bello è che tutto convive con il resto.

Perché dopo una impegnativa masterclass della DOCG Colline Teramane può capitare tranquillamente di ritrovarsi davanti a un banco di street food, con una band che suona e qualcuno che sta ancora cercando di capire quale fosse esattamente il vino che aveva detto di voler ricordare. 

È la vecchia storia delle feste riuscite: a un certo punto il programma ufficiale perde il controllo e prende vita qualcosa di diverso.

Un produttore che racconta una vendemmia, un visitatore che scopre una cantina mai sentita nominare, una bottiglia aperta “per curiosità” che diventa la sorpresa della giornata.

ENOTIRINO sembra funzionare proprio perché non prova a mettere il vino in una teca, lo lascia stare in mezzo alle persone, lo riporta alla sua dimensione più antica, quella dell’incontro.

Anche il nome, alla fine, dice tutto.

Il Tirino è un fiume, e un fiume non sta fermo, passa, collega, porta con sé storie diverse.

Forse è questa l’idea più bella della manifestazione: costruire un punto dove territori differenti possano incontrarsi senza perdere la propria identità.

La terza Edizione arriva quindi con una responsabilità non semplice: quella di confermare un appuntamento che in pochi anni ha già trovato un suo carattere.

Non essere l’ennesima festa del vino, ma una festa dove il vino è il pretesto per raccontare un pezzo d’Abruzzo. 

Poi, naturalmente, c’è sempre il rischio di quella frase famosa: “Assaggio quest’ultimo e poi vado”.

Ma anche questa, nel mondo del vino, appartiene più alla narrativa che alla realtà.

LA PRIMA MASTERCLASS: Spumanti delle province abruzzesi, fra tradizione e contemporaneità.

BOLLE D’ABRUZZO: STORIA E GEOGRAFIA DEL METODO CLASSICO.

In quell’Abruzzo stretto tra il Gran Sasso e l’Adriatico, la Bollicina non è una moda arrivata ieri sull’onda del Franciacorta o del Trento Doc.

È una storia lunga, silenziosa, fatta di gente di casa prima ancora che di cantine.

Perché sì, andate a chiedere ai vecchi di Teramo e vi racconteranno che il Montonico, quel vitigno bianco quasi dimenticato che profuma di erbe di montagna, lo si “spumantizzava” già in famiglia, per la festa, per il matrimonio della figlia, per Natale.

Non era un Prodotto, era un Rito.

E infatti non è un caso che sia stata proprio la provincia di Teramo, tra Colli e Val Vibrata, a dare il via, nei primi anni ’80 del secolo scorso, ai primi timidi tentativi di fare le cose sul serio: bottiglia, rifermentazione, lieviti.

Il primo vero Metodo Classico abruzzese nasce lì, tra artigiani autodidatti che si procuravano le pupitre come reliquie e imparavano a maneggiare la sboccatura senza aver mai fatto un corso in vita loro.

Gente che scopriva, quasi per caso, che la Passerina, acida, nervosa, mai doma, era perfetta per fare le bolle molto prima che diventasse di moda scriverlo sulle etichette.

Da lì l’incendio si è propagato a macchia di leopardo su tutto il territorio regionale, ma con un ritmo tutto abruzzese: lento, cocciuto, mai uguale a sè stesso.

Bisogna aspettare gli anni Duemila, e in particolare quel decennio a cavallo tra il 2005 e il 2010, perché la spumantizzazione smetta di essere un’avventura da autodidatti o un servizio affidato ai centri specializzati del Nord Italia e diventi finalmente un mestiere fatto in casa propria, con le autoclavi e le cantine di pertinenza.

È in quegli anni che nasce a Bisenti, nel Teramano, per mano della sperimentazione pubblica regionale, il primo spumante interamente abruzzese ottenuto dal Montonico: un piccolo grande spartiacque, più identitario che commerciale, ma fondamentale per capire quanto la Regione credesse già allora nella propria Uva.

E qui viene il bello, perché l’Abruzzo del vino non è mai uno solo: è quattro Abruzzi che si guardano, si assomigliano e insieme litigano dolcemente, ciascuno con la propria idea di Bollicina.

A Teramo, culla di tutto, il Metodo Classico resta ancora oggi il più radicato nell’anima contadina di montagna: il Montonico, la Passerina, un’acidità che nasce dalle escursioni termiche delle Colline Teramane a ridosso del Gran Sasso, restano la cifra di una spumantistica che sa ancora di casa, di famiglia, di lunga permanenza sui lieviti quasi per tradizione più che per calcolo enologico.

È il Territorio che ha inventato tutto e che, con understatement tutto abruzzese, continua a farlo senza troppo clamore.

Poi c’è L’Aquila, ed è qui che la faccenda si fa affascinante per chi ama le storie di frontiera.

Perché stiamo parlando della provincia più alta, più fredda, più “alpina” se mi passate il termine improprio, dell’intero Centro Italia: altipiani che sfiorano i settecento-ottocento metri, notti che d’estate ti fanno tirar fuori la felpa.

Un habitat che più che al Montepulciano strizza l’occhio a vitigni come lo Chardonnay, il Pinot Nero e perfino il Kerner, coltivati in piccoli fazzoletti di vigna dove il Metodo Classico trova finalmente le condizioni climatiche che altrove, in Abruzzo, bisogna quasi inventarsi.

Bollicine più verticali, più fredde, più “di montagna” nel senso più letterale della parola: qui la Marca abruzzese somiglia, per una volta, più all’Alta Langa che alla costa adriatica.

Scendendo verso Pescara, la storia cambia ancora pelle.

Qui la spumantistica si è fatta strada tra le colline del Casauria e le nuove sottozone del Montepulciano che stanno guadagnando identità propria, e convive con un tessuto fatto di piccole realtà diffuse e di agricoltura di collina che guarda al mare.

Pecorino, Passerina e Chardonnay si intrecciano qui in Metodi Classici più mediterranei, più caldi nel frutto, meno spigolosi di quelli aquilani, mentre non manca chi sperimenta anche il Montepulciano stesso in chiave rosé, cercando quella freschezza che il vitigno principe abruzzese non sempre lascia intuire a chi lo conosce solo nella versione ferma.

E infine Chieti, la provincia più vasta e più vitata di tutta la Regione, quella dei grandi numeri e delle cooperative storiche che per decenni hanno fatto la fortuna (e anche, diciamocelo, un po’ l’ombra) dell’enologia abruzzese.

È qui che negli ultimi quindici, vent’anni la spumantistica ha fatto il salto più imponente in termini quantitativi, complice proprio la capacità industriale di queste realtà di investire in autoclavi e in progetti identitari (pensiamo al marchio collettivo dedicato agli spumanti regionali voluto dal Consorzio di Tutela, pensato soprattutto per il Metodo Italiano ma capace di accendere i riflettori anche sul Metodo Classico che cresceva, silenzioso, all’ombra dei grandi volumi).

Proprio a Chieti, tra Ortona e la fascia costiera, convivono oggi Metodi Classici di taglio più contemporaneo, spesso a base di Chardonnay in purezza o di Pecorino, accanto alla spumantistica più industriale e “facile” che guarda al consumo quotidiano.

Ecco, se dovessi raccontarvi l’Abruzzo delle Bollicine con un’immagine sola, userei proprio questa: quattro Territori che dalla stessa urgenza, raccontare l’Uva locale in una veste diversa da quella ferma a cui siamo abituati, hanno tirato fuori quattro caratteri diversi, quattro dialetti dello stesso Metodo.

Teramo che inventa e conserva, L’Aquila che raffredda e verticalizza, Pescara che media tra collina e mare, Chieti che moltiplica e industrializza senza però rinunciare, negli ultimi anni, a cercare anche lei la propria Qualità artigianale.

Una Storia giovane, se paragonata ai secoli di Champagne o ai decenni di Franciacorta, ma proprio per questo ancora tutta da scrivere e da bere, ovviamente, un calice alla volta.

GLI ASSAGGI

Quattro Aziende per otto spumanti, questa la linea conduttrice di una masterclass introdotta da Giorgio D’Orazio e condotta poi “a braccio” dagli stessi Produttori che hanno evidenziato come il mondo della spumantizzazione sia un’effervescenza cui è quasi necessario prestare attenzione (se non altro per adeguarsi alle richieste del mercato).

Otto spumanti sensibilmente diversi tra loro per impostazione, filosofia produttiva, vitigni, tempistiche…

Otto spumanti che Vi invito a provare personalmente e che provo a riassumerVi nelle mie consuete e personalissime note di degustazione.

– SPUMANTE METODO CLASSICO “D’ORA 23” BRUT 2024 (SOLO MAGNUM), DORA SARCHESE (CH): la trama delle bollicine veicola al naso fiori bianchi, scorza di cedro, una mela decisamente più matura di quanto mi aspettassi e una vena erbacea che richiama il vitigno senza mai diventare invadente.

I lieviti arrivano dopo e più che il pane appena sfornato sembra vogliano raccontare di pizza e focacce mentre la mandorla fresca e un’idea di pasticceria secca accompagnano senza coprire.

In bocca entra morbido ma non si accomoda, richiama con buona precisione i descrittori olfattivi sottolineando un agrume che però ricorda un po’ le caramelle fizz al limone e lascia che l’acidità alzi la voce disegnando una progressione verticale che trascina il vino verso un finale di salina mineralità appena adorno di amaricanti dolcezze.

84+ Punti.

– SPUMANTE METODO CLASSICO “ESMERY’S” BRUT 2016 (sboccatura 2026), DORA SARCHESE (CH): dieci anni di reclusione con i lieviti sono tanti, lunghi da contare anche per quella Cococciola che si picca di comunicare riconoscibilità territoriale prima ancora che acidità e slancio lasciando al Trebbiano e allo Chardonnay quello di equilibrare tecnicamente la cuvée evitando che la freschezza si trasformi in durezza e che la lunga permanenza sui lieviti appesantisca il sorso.

La fine effervescenza veicola frutta bianca e agrumi ma è la componente evolutiva a segnare l’olfatto, con il registro del pane tostato a dare profondità a quei lieviti che, altrimenti, sarebbero solo pasticceria alla mandorla.

In bocca cremosità e spinta acida si contendono il filo sottile dell’equilibrio, il dosaggio mantiene il vino “accessibile”, i lieviti ampliano la percezione tattile e la sapidità quasi piccante governa il finale.

Un vino che, più che rinfrescare invita all’ascolto e alla pazienza, giovandosi di una temperatura meno “polare” per rivelare con maggiore chiarezza quella sua doppia anima territoriale e tecnica.

Un vino tecnico ma non freddo, maturo ma non stanco.

Più che un brindisi, un appuntamento.

87–Punti.

– SPUMANTE METODO CLASSICO “CARTA BIANCA BOLLATA ROSÉ” PAS DOSÉ, PESCARA VINI (AQ): Il calice si accende di un rosa che non urla, di quelli che sembrano tenere per sé un piccolo segreto, animato da un perlage fine, sottile, quasi timido nel salire.

Dodici mesi sui lieviti gli regalano quel tocco satin che si percepisce già dal modo in cui la spuma si posa e si scioglie, morbida senza mai perdere nervo.

Al naso arriva puntuale l’appuntamento con i piccoli frutti rossi: il lampone in prima fila, il ribes subito dietro a punzecchiare con la sua croccante acidità, la leggera fragranza del lievito ad accompagnare.

Il coup de theatre è quel guizzo di salvia che s’infila come lama vegetale allontanando il naso da ogni tentazione di dolcezza compiacente per ricordargli che 

Ed è qui che il vino si fa interessante, perché tra un frutto e l’altro s’infila un guizzo di salvia, una vegetalità sottile che rinfresca il naso e lo allontana da ogni tentazione di dolcezza compiacente: erbaceo quanto basta per ricordarti che sei ancora in Abruzzo, tra le vigne e non in pasticceria.

Il sorso conferma e rilancia: fresco, teso, con un’acidità che il Montepulciano di montagna sa regalare senza sforzo e che qui, complice quel dosaggio ZZero “senza trucco e senza inganno”, trova le condizioni ideali per mostrarsi senza filtri.

Lo scheletro è snello, scattante, disegnato apposta perché nulla si frapponga tra il palato e la sensazione di freschezza che rimane a lungo, richiamando ancora il ribes in quel suo finale sapido che invita al sorso successivo.

Un vino per quando si è ancora lucidi abbastanza per ricordare quanto Lavoro e quanto Territorio ci siano dietro soli dodicimesisuilieviti.

Un piccolo manifesto della cantina (ma con ancora un bel po’ di strada da percorrere).

84++ Punti.

– SPUMANTE METODO CLASSICO “CARTA BIANCA BOLLATA” PAS DOSÉ, PESCARA VINI (AQ): “CARTA BIANCA BOLLATA”, è una cuvée che porta addosso il peso (bello e forsanche ingombrante) di un’eredità storica, quella di un bianco peligno che qui ritrova finalmente un corpo e un nome.

Trenta mesi sui lieviti sono tempo che scava.

Via dunque la fragranza immediata: la crosta di pane c’è, si intuisce, ma resta un sottofondo, quasi nascosta dietro una cortina di acidità e quella mineralità che qui comandano la scena senza discussione.

Il frutto non è quello acerbo e squillante da “young bubbles”, è evoluto, ha smesso di correre e si è seduto, richiamando con calma ed eleganza non esibita pesca matura e scorza d’agrume candita.

E poi arriva la firma, quella che riconosci solo se sai cosa cercare: la chiusura erbacea, netta, quasi salvia e fieno appena tagliato, testimonianza di una vendemmia anticipata che ha voluto blindare la freschezza prima che il caldo se la mangiasse.

Il sorso segue fedele quello che il naso ha promesso: teso, verticale, con una sapidità minerale che si prende la scena e lascia il frutto e il pane sullo sfondo, quasi per pudore.

Difficile non pensare che, se Soldati fosse riuscito ad assaggiare quel Peligno Bianco che sempre gli sfuggì, quel “vino del desiderio”, quel vino che nessun vino vero potrà mai eguagliare, avrebbe trovato in questo calice qualcosa di molto vicino a quell’idea.

Un vino per un brindisi alla Valle Peligna e a Mario soldati, ovunque sia, per quella caccia che avrebbe meritato un finale migliore.

86++ Punti e tantatanta stima.

– SPUMANTE METODO CLASSICO DOSAGGIO ZERO 2022, FARAONE (TE): l’identità aromatica dichiarata è nitida.

La componente agrumata e la frutta bianca firmano l’estensione varietale della Passerina, la spumantizzazione porta in dote la crosta di pane, il finale appena amaricante impedisce alla beva di diventare accomodante. 

Non è un’amaritudine difettosa o scomposta, è piuttosto una coda che asciuga il palato e riporta il vino verso la tavola.

La freschezza non resta astratta, la sapidità non si limita a fare volume e la cremosità della bolla non cancella la struttura.

Un vino che, servito non ghiacciato fino al silenzio, in un calice che non confini il naso in una colonna di anidride carbonica, è in grado di rimanere lì, dove lo sprint della Passerina incontra la calma del tempo.

Un vino privo di orpelli, che non concede una carezza zuccherina, piuttosto una stretta di mano.

87–Punti.

– SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ PAS DOSÉ “ROSA” 2021, FARAONE (TE): nel calice ha un’effervescenza che lavora di cesello e non di clava che porta al naso porta ricordi di piccoli frutti rossi, rosa canina e contrappunti panificati.

Il sorso è fresco, scattante, sostenuto da un dosaggio zero che non concede sconti e lascia parlare l’acidità.

L’appena di tannico è una sorpresa.

Un’ombra, un accenno, quasi una firma nascosta che il Sangiovese lascia sulla bolla come per ricordarti da dove viene, come quelle note erbacee, leggerissimamente foglia di pomodoro, che affiorano appena sotto la superficie fruttata e danno al sorso una spigolosità intrigante, mai sguaiata.

È il tannino che non ti aspetti in una bollicina, la crepa nel marmo che rende la statua più vera.

E poi c’è il tempo.

Perché versato e lasciato lì, nel calice, questo Rosé non sta fermo: si apre, si stira, si complica in senso buono, ampliando quanto percepito, pungendo appena con le spezie.

Contronatura come tutti gli spumanti, dippiù pensandolo nato sulle argille delle Colline Teramane.

Un Metodo Classico che non cerca la perfezione levigata da rotocalco, ma la verità imperfetta del vitigno che lo genera.

87- Punti.

– SPUMANTE METODO CLASSICO PAS DOSÉ “D’EUS” 2022, CHIUSA GRANDE (PE): un naso intriso di classicità pasticcera, brioche appena sfornata, pane croccante, un tappeto di mandorle e nocciole tostate…

Poi si fa spazio la voce dei fiori, biancospino, glicine, un’eco dei campi delle Colline Pescaresi; una voce che pian piano cresce divenendo il fil rouge dell’olfatto, chetando i terziari con leggerezza e persistenza mentre agrumi maturi, pesca bianca, una nota di salvia e una mineralità salmastra fanno da contrappunto.

In bocca il sorso è secco, vivo, voluminoso quanto serve.

L’effervescenza è discreta, non invadente, e si accompagna a una freschezza ben calibrata e a una sapidità che pulisce e allunga.

La beva è piacevole e progressiva, tornano il frutto e la pasticceria, mentre i fiori s’accostano alla mineralità e chiudono il cerchio con eleganza.

Un vino che non cerca di imitare, che ha trovato la propria voce, coerente con l’Abruzzo e con quella “vinosophia” che ispira le produzioni di Franco D’Eusanio: piacevolezza accessibile, profondità senza peso, purezza senza rigidità.

85+ Punti.

– SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ “D’EUS” 2022, CHIUSA GRANDE (PE): rosato affatto da salottino, insistente nella sua frizzantezza, a comunicare sostanza e richiedere attenzione.

Al naso, tra i lieviti e il frutto rosso che ci si aspetterebbe, spicca invece una nota rustica, quasi a rivendicare un’identità contadina, che non vuole saperne di tacere sotto l’eleganza da Metodo Classico, un ché di terra bagnata, di humus, di radice, di erbe di campo, austerità compita che richiama le Colline Pescaresi e il carattere delle genti d’Abruzzo.

Al di sopra si fa balsamico quanto deve e speziato quanto serve a misurare l’oriente all’orizzonte, oltre la linea del mare.

In bocca conferma tutto quello che il naso aveva promesso: ingresso deciso, struttura piena, un sorso mai accomodante, con un finale austero per carattere e non per durezza gratuita.

Un rosé senza trucchi per smussare gli angoli, nessuno sconto, un rosé che ha aspettato il suo tempo per raccontare, senza vergogna, da dove viene: dalla terra, prima ancora che dalla cantina.

88–Punti.

E QUINDI?

E quindi GRAZIE a ENOTIRINO (soprattutto nella figura di Giorgio D’Orazio) per avermi invitato ancora una volta a una manifestazione che “finalmente c’è”.

ENOTIRINO è l’Evento dell’Abruzzo intero, dell’Abruzzo che lavora, dell’Abruzzo che vuole far sentire la propria voce e che ha finalmente argomenti concreti, dell’Abruzzo che sa essere richiamo e bussola.

Ho già messo in agenda l’Edizione 2027 (se non altro per vedere finalmente Bussi restituito in toto alla comunità sotto il profilo urbanistico); e mi sono ripromesso ancora una volta di riuscire a viverlo con più calma, ché pure quest’anno c’ho avuto un sacco di ‘mpicci.

E Voi?

Che farete nell’ultimo fine settimana dell’Agosto 2027?!

Roberto Alloi

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