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PODERI COSTANTINI ANTONIO. Il tempo che torna alla terra.

L’AZIENDA

A Città Sant’Angelo, sulle colline pescaresi, il tempo ha il passo lento delle stagioni e la memoria concreta delle mani. Ci sono luoghi in cui la storia non si conserva: continua a camminare.

Qui, la famiglia Costantini porta avanti dal 1910 una storia fatta di terra, lavoro e ostinazione gentile, quella che permette a un’idea nata più di un secolo fa di arrivare intatta fino a chi oggi apre il cancello della tenuta.

Si potrebbe immaginare l’inizio come una scena semplice: una collina ancora silenziosa, il respiro dell’Adriatico in lontananza, un uomo che guarda le vigne e decide che quella passione non può restare soltanto sua.

Da quando Antonio Costantini volgeva lo sguardo all’orizzonte il paesaggio è cambiato, le tecniche si sono evolute, i confini dell’azienda si sono allargati, ma il gesto originario è rimasto lo stesso: affidare alla terra un pensiero e attendere che, con pazienza, sappia restituirlo.

PODERI COSTANTINI ANTONIO nasce dentro questo dialogo.

Non è soltanto una cantina e non è soltanto un’azienda agricola, piuttosto è una cosa di famiglia e uno sguardo al futuro, un luogo dove ogni scelta sembra avere alle spalle una voce più antica, la voce di chi ha lavorato prima, di chi ha conosciuto la fatica delle vendemmie, l’incertezza del cielo, la necessità di non sprecare nulla.

Qui il passato non è un monumento, piuttosto una radice, non si vede, ma tiene in piedi tutto ciò che cresce.

La geografia aiuta a capire.

I vigneti si distendono non solo a Città Sant’Angelo, ma anche nei territori di Spoltore, Cappelle sul Tavo e Tortoreto, componendo una mappa abruzzese che unisce colline, brevi distanze e differenti respiri del paesaggio.

È una campagna che non ha bisogno di alzare la voce.

Basta percorrerla quando la luce si abbassa, quando i filari diventano righe scure contro il cielo e il giorno sembra indugiare ancora qualche minuto prima di lasciare spazio alla notte.

Dopo Antonio la responsabilità della continuità è passata ai figli Giacomo e Domenico, che hanno scelto di raccogliere il testimone, mettendo in secondo piano le precedenti attività professionali per dedicarsi ai progetti lasciati aperti dal padre.

In questa decisione c’è qualcosa di profondamente abruzzese e, insieme, di universale: la consapevolezza che certe eredità non si ricevono davvero finché non si accetta di trasformarle in lavoro quotidiano.

Così il casolare di famiglia, costruito alla fine dell’Ottocento, torna a essere parte del futuro, nuovi vigneti entrano nel disegno dell’azienda, le etichette cambiano volto, la ricerca cerca strade ancora da misurare.

Non c’è contraddizione tra la casa antica e l’idea di sperimentare anzi, è proprio dalla solidità delle mura, dalla conoscenza del luogo e dalla memoria dei gesti che può nascere il coraggio di provare qualcosa di nuovo.

Ora che con Giorgio un’altra generazione è entrata in Azienda lappare ancora più evidente la sua identità e il fatto che si parli del domani senza rinnegare ciò che è stato e senza considerare la tradizione una risposta già pronta.

Ci sono bottiglie lasciate riposare in fondo ai pozzi, esperimenti di affinamento in anfora, nuovi impianti pensati anche per riscoprire una storia più lontana.

Il vino, qui, diventa quasi un pretesto per interrogare il tempo, scoprire quanto può cambiare una materia quando la si lascia ascoltare il luogo, cosa accade quando una cantina decide di non avere fretta di conoscere il risultato.

Sono domande che appartengono alla viticoltura, ma anche alla vita delle famiglie, dove ogni generazione aggiunge una frase a un racconto cominciato molto prima di lei.

Perché PODERI COSTANTINI non parla soltanto di produzione, parla di paesaggio coltivato (anche l’olivo rende testimonianza), di responsabilità verso ciò che circonda la casa, di un’idea agricola in cui la terra non viene divisa in compartimenti ma riconosciuta nella sua interezza.

Quando si lascia la tenuta, resta l’impressione di aver incontrato non una semplice azienda, ma una famiglia nel momento esatto in cui il ricordo si fa progetto.

Quando il cancello si richiude e le colline rimangono dietro la strada si ha ben chiaro che, dal 1910 a oggi PODERI COSTANTINI ha imparato che custodire non significa fermare il tempo ma accompagnarlo stagione dopo stagione, finché la terra riconosce ancora il passo di chi la ama.

I VINI

Cinque linee, diciassette etichette…tante, forse troppe (no, decisamente troppe) per raccontarvele tutte in così poco spazio.

Ne ho scelte dunque due, due vini che raccontino la Tradizione, il legame tra l’oggi e la Storia e magari qualcosa in più.

Date una letta alle mie personalissime descrizioni e correte ad assaggiare lasciandoVi trasportare dalla Curiosità.

– COLLINE PESCARESI IGP PECORINO “IODOLANDA ANFORANGE” 2024: la bottiglia arriva quando il giorno si è già dichiarato sconfitto ma non ha ancora trovato il coraggio di andarsene.

Ha il colore delle cose che hanno guardato passare il tempo: oro torbido, rame pallido, quasi la luce di una lampadina accesa in una stanza di cui nessuno vuole pagare l’affitto.

L’etichetta dice “IODOLANDA ANFORANGE”, il resto lo dice il silenzio, che in certe occasioni è il sommelier più preciso.

Arriva dall’Abruzzo, da Città Sant’Angelo, dove PODERI COSTANTINI lavora vigne e ricordi. “IODOLANDA” è il nome di una nonna, “ANFORANGE” è il modo in cui quel nome ha deciso di invecchiare senza diventare malinconico.

Pecorino in purezza, 14 gradi, grappoli interi, terracotta, bucce, raspi e una certa ostinazione manuale.

Via il tappo!

Senza cerimonie.

Bottiglia, breve tratto in caduta libera, splash down nel calice, questo il percorso di un vino che non è il bianco educato che entra, saluta e si siede composto lisciando il tovagliolo.

La materia, il colore, hanno una densità che sembra trattenere qualcosa, forse una conversazione finita male, forse la luce di un pomeriggio di settembre rimasta intrappolata nella terracotta.

La superficie non è ferma: si muove appena, come chi ha appena sentito pronunciare il proprio nome dall’altra stanza.

Al naso non recita la parte dell’orange wine esotico e scandaloso, non agita il mantello, non tira fuori il flauto.

Si presenta con una trama di agrume maturo con la sua scorza e zenzero, frutta a polpa gialla, erbe secche e fiori appassiti, senape e zafferano, liquirizia e una vena salina che attraversa tutto come un testimone poco disposto a collaborare.

Il frutto non è dolce, anche quando ricorda la pesca o l’albicocca, ha piuttosto quella maturità sorvegliata delle cose che hanno smesso di voler piacere a tutti.

In bocca il vino fa quello che deve fare un vino macerato quando non vuole ridursi a una fotografia color ambra: tiene botta.

L’ingresso è largo, caldo, quasi tattile; poi arrivano i tannini, gentili con moderazione, presenti, tali da fare attrito sulle gengive e regalare un finale che non si limita a sparire ma si allontana lentamente, lasciando dietro di sé agrume, pietra, erbe e una specie di ordine segreto.

Non è un vino che cerca la trasparenza ma persistenza, che è una forma più rischiosa di sincerità.

C’è un momento, dopo il secondo bicchiere, in cui il Pecorino smette di essere un esperimento in terracotta e diventa un racconto.

Non quello della tradizione usata come arredamento, con la polvere sulle bottiglie e il nonno convocato per la fotografia.

Un racconto più accidentato: una famiglia, una vigna abruzzese, una nonna chiamata Iodolanda, il desiderio di portare un vitigno riconoscibile in un territorio meno prevedibile.

La terracotta non è un effetto speciale.

È il luogo dove il vino ha scelto di fare i conti con il tempo, con le bucce e con il rischio di non risultare simpatico.

Il risultato è un orange wine che non ha bisogno di travestirsi da manifesto.

La sua stranezza è domestica, quasi amministrativa.

Sta nel modo in cui un Pecorino, privato della sua solita camicia stirata, conserva l’identità varietale e guadagna una voce più ruvida.

Non c’è la pulizia chirurgica del bianco da aperitivo e non c’è nemmeno la confusione di certi vini naturali che sembrano aver perso il numero del proprio avvocato.

Qui la libertà ha un indirizzo preciso.

Un vino per quando il tavolo è apparecchiato male, la ricetta è venuta diversa dal previsto e qualcuno ha appena detto che tanto il vino bianco è tutto uguale. 

Non convincerà tutti.

Peggio per tutti.

Quando la bottiglia finisce, resta sul fondo una luce scura e sulle pareti del bicchiere una traccia color miele.

Fuori, la sera ha preso possesso del quartiere.

Dentro, qualcuno cerca il nome del vino per ricordarselo il giorno dopo.

È un gesto inutile: “IODOLANDA ANFORANGE” non è il tipo di vino che si ricorda.

È il tipo di vino che ricompare.

89- Punti.

-MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC TERRE DEI VESTINI 2021: vigne allevate a filari, vendemmia manuale, grappoli scelti uno per uno come si sceglierebbero i complici giusti per un lavoro che deve andare liscio, la cantina, il rituale lento, quasi ipnotico, di quelli che nei film si raccontano in dissolvenza, con la musica che sale piano…

Un vino che arriva nel bicchiere come in una di quelle scene in cui il protagonista, dopo avere attraversato mezza America per una faccenda che non si capisce bene, si siede al bancone di un bar sperduto e ordina qualcosa di rosso senza troppe spiegazioni.

Un vino che al naso è un piccolo inventario di frutta scura: amarena, prugna, mora, mirtillo selvatico, che si intrecciano a un accenno di liquirizia e tabacco, con quella vena terrosa che racconta il “da dove” tutto è partito, e il legno, discreto e mai invadente, che regala quelle note di cuoio e vaniglia che sanno di sella consumata più che di falegnameria.

Non si concede subito, l’ha fatto gente di poche parole e molte vendemmie, e ogni volta che pensi di averlo inquadrato cambia discorso.

La bocca è storia complicata.

Il tannino si presenta con la sicurezza di chi non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi rispettare, la sapidità è tagliente come una battuta secca detta al momento giusto, e i gradi alcolici restano avvolti dentro il frutto senza mai uscire allo scoperto a rovinare la scena.

Non è che sia reticente, diciamo che bisogna cavargli un po’ le parole di bocca, si diverte a lasciare dei vuoti nel racconto, e quei vuoti deve completarli chi beve.

Il finale è lungo, un po’ ambiguo, di quelli che non chiudono davvero il cerchio ma ti lasciano lì, bicchiere in mano, a chiederti se hai capito tutto o se ti sei perso qualcosa per strada, un ultimo respiro di frutto scuro e spezia che si allontana senza mai voltarsi indietro, come chi esce di scena sapendo perfettamente di aver avuto l’ultima parola.

Non è un vino timido, ma nemmeno urlato, ha la forza di chi lavora la terra da un secolo e la pazienza un po’ inquietante di chi ha tutto sotto controllo anche quando sembra il contrario.

Un vino scandito da verbi che si coniugano un bicchiere alla volta: restare, insistere, raccontare…

Forse non una poesia, ma una strofa scritta con inchiostro denso, da leggere lentamente, magari due volte.

86 Punti.

E QUINDI?

E quindi GRAZIE a PODERI COSTANTINI per l’ospitalità concessami, per le parole e per il vino bevuto insieme.

Le ore trascorse a Città Sant’Angelo sono servite ad aprire un’altra finestra sull’Abruzzo del vino, ricordando financo le influenze del Regno di Napoli su una Regione che mostra oggi come il Sud possa essere l’asse sul quale ruotare l’italia sottosopra invertendo prospettive e interessi.

La Famiglia COSTANTINI lavora a questo da oltre cento anni e come lei ora sono in tanti.

Il futuro è dietro l’angolo e a Città Sant’Angelo c’è chi è già pronto ad aspettarlo.

Roberto Alloi

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