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RABOTTINI VINI E OLI. Il caso del vino che non aveva fretta.

IL COSA E IL DOVE

Agosto, nessuna tregua dal caldo cattivo di questa estate che sembra voler cancellare qualsiasi memoria precedente, mare “discutibile”, sete e voglia di rivedere vecchi amici presentandoli a nuovi.

Mettete tutto questo in un secchio, agitate bene, salite in macchina con l’aria condizionata “a tutta callara” e dirigeteVi verso Chieti, con la segreta speranza che quel produttore noto per i mobili in kit impossibili da montare e per le polpette, lasci che un po’ di freschezza svedese arrivi cinquecento metri più su, dove RABOTTINI VINI E OLI custodisce 15 ettari di Abruzzo e dove Isabella mi sta aspettando per fare quattro chiacchiere e versarmi ancora una volta il vino.

L’AZIENDA

Sulle colline della provincia di Chieti, tra San Giovanni Teatino e il capoluogo, in quel punto dell’Abruzzo in cui la città prova a ricordarsi di essere campagna e la campagna, per prudenza, non si fida del tutto della città, esiste un’azienda agricola dove le piante vengono ascoltate.

Non è una metafora (o almeno non completamente).

RABOTTINI VINI E OLI è una storia abruzzese di piante, bottiglie e altre faccende perfettamente irragionevoli, una storia con un oggi datato 2009, una storia iniziata con Massimo (agronomo, fitopatologo, enologo, vignaiolo di quarta generazione…) che decide di tornare ai terreni di famiglia.

Scelta senz’altro poetica, soprattutto se raccontata a cena, ma poi, quando arriva il lunedì mattina e bisogna potare, trattare, controllare, telefonare, compilare documenti e capire perché una cosa che ieri stava in piedi oggi ha scelto di sdraiarsi…

Isabella (Iezzi), sua moglie, aveva una laurea in Scienze Politiche, un’esperienza nella consulenza finanziaria e un incarico nella pubblica amministrazione ma lascia tutto e si mette a lavorare nell’Azienda occupandosi dell’amministrazione, della logistica e, come in ogni azienda familiare che si rispetti, di qualunque cosa rimanga in piedi dopo le altre.

Massimo sostiene di avere un rapporto diretto con le piante e queste, da parte loro, non hanno mai rilasciato dichiarazioni ufficiali e continuano a produrre uva e olive, il che lascia pensare che tale rapporto ci sia e funzioni.

L’Azienda di Massimo e Isabella si estende per circa quindici ettari tra vigneti, uliveti, frutteto, bosco e altre porzioni di campagna che sembrano avere ciascuna un ruolo preciso anche quando nessuno riesce a spiegarlo.

Cinque ettari di vigna (con tendoni di oltre dieci lustri), sei di ulivi, il resto bosco, tartufaia e quella liquirizia che qui cresce spontanea e viene trattata non come un invasore ma come un collaboratore di reparto.

L’imbottigliamento comincia con il Montepulciano d’Abruzzo del 2011.

Nel 2013 arriva il Trebbiano d’Abruzzo e nel 2015 il Cerasuolo d’Abruzzo.

Le date sono ordinate.

La vita intorno alle date, molto meno.

Tutti vitigni autoctoni, scelti non per nostalgia ma perché, se si è in Abruzzo, tanto vale cominciare dall’Abruzzo.

La cantina è completamente in legno, ha un giardino pensile, un impianto di fitodepurazione e un’aria generale da luogo in cui qualcuno ha preso una decisione molto precisa mentre gli altri stavano ancora discutendo il problema precedente.

L’azienda è certificata biologica e lavora sulla vitalità del terreno, puntando alla sua riattivazione e a una gestione attenta delle piante. 

Quella di Massimo che usa gli essenziali per difendersi da mosca e peronospora potrebbe essere una scena che si svolge in un laboratorio segreto, con ragnatele, una lampadina impolverata appesa al soffitto e un uomo che indica una vigna dicendo: “Si può fare!”.

In realtà si tratta di osservazione agronomica, sperimentazione e ricerca di un equilibrio meno dipendente dalla chimica di sintesi.

La campagna non applaude, ma continua a crescere.

È già una forma di approvazione. 

In cantina le cose procedono senza particolari effetti speciali.

Fermentazioni spontanee, non un solfito in più, cisterna d’acciaio, poi bottiglia.

Circa quindicimila bottiglie l’anno, abbastanza per non poterle contare una per una, non abbastanza per smettere di sapere da dove arriva ciascuna.

I nomi delle etichette, “PER INIZIARE”, “A SALIRE”, “ED INFINE”, “PER CONCLUDERE” (“FICCANASO” quelli che vengono dalle vigne GGiovani), sembrano il programma di una serata che qualcuno ha provato a organizzare con troppo anticipo.

In realtà raccontano il percorso del pasto.

È un’idea semplice, quasi geometrica.

Prima una bottiglia, poi un’altra, quindi il cibo, le persone, le opinioni non richieste e, infine, il momento in cui qualcuno dice che domani bisogna alzarsi presto.

Il vino e l’olio, qui, non sono trattati come oggetti separati dalla vita dell’azienda.

Sono il risultato visibile di una quantità notevole di lavoro invisibile, terreni da seguire, piante da capire, tempi da rispettare, attrezzature da pulire e decisioni da prendere quando la soluzione migliore non è particolarmente spettacolare.

È il lato meno cinematografico dell’agricoltura e, proprio per questo, quello più interessante.

L’olio occupa una parte importante del progetto.

Dritta, Leccino, Intosso, Cucco e Gentile di Chieti, insieme a quella FS 17 alla cui ibridazione Massimo ha personalmente contribuito.

Ci sono un blend e diverse interpretazioni legate alle singole cultivar quando l’annata lo consente.

In altre parole, anche l’uliveto ha le sue gerarchie interne, le sue alleanze e probabilmente almeno una persona che non va d’accordo con nessuno.

RABOTTINI VINI E OLI è una piccola azienda, ma non nel senso in cui “piccola” viene talvolta usato per dire irrilevante.

È piccola come una stanza in cui tutti si conoscono e nessuno può fingere di non aver visto.

Se qualcosa va storto, lo sanno tutti, se qualcosa riesce lo sanno tutti lo stesso.

Il vantaggio è che non ci sono molti posti dove nascondere la responsabilità, lo svantaggio è identico.

Si può visitare l’azienda, acquistare i prodotti, partecipare a una degustazione e attraversare una campagna che non sembra costruita per impressionare nessuno.

Non ci sono grandi promesse.

C’è un progetto biologico, una cantina in legno, un giardino sul tetto, un sistema di fitodepurazione e una famiglia che da anni prova a fare le cose secondo una propria logica.

A volte la logica funziona, a volte bisogna aspettare, a volte una pianta ha un’opinione diversa.

Il punto, alla fine, è proprio questo.

Rabottini non cerca di trasformare l’Abruzzo in qualcosa di più elegante, più moderno o più facile da spiegare.

Lo lascia complicato.

Lo lascia agricolo.

Lo lascia pieno di colline, vento, liquirizia spontanea, ulivi, parenti, burocrazia, bottiglie e decisioni prese davanti a una pianta.

E se dopo la visita qualcuno domandasse quale sia il segreto dell’azienda, la risposta potrebbe essere molto semplice: nessun segreto.

Solo Massimo, Isabella, quindici ettari di terra e una quantità ragionevole di ostinazione.

Il resto, come spesso accade, lo fanno le piante.

E loro, a quanto pare, sanno il fatto loro.

I VINI

Quanti ne ho assaggiati?

Tanti!

Quante volte li ho assaggiati?

Tante (tranne il Cerasuolo, nel quale ho ficcato il naso per la prima volta), anche perché raramente mi sono imbattuto in vini più vivi di quelli di Massimo, capaci oggi di “morire” nel bicchiere per risorgere a vita nuova domani o il mese prossimo.

Volete sapere delle annate?

Quelle in commercio sono per cuori forti e senza macchia.

Volete sapere perché tra tanti ne troverete solo due?

Perché, soprattutto dopo aver assaggiato i campioni di vasca delle annate che saranno, Trebbiano e Cerasuolo hanno evidenziato analogie sorprendenti, tali da farmeli considerare “gemelli diversi” e perché il Montepulciano d’Abruzzo DOC “ED INFINE” 2018 mi ha spiazzato con una prima bottiglia boh (ma a mio modo di vedere “spaziale”) che è diventata mistero insondabile quando ho ficcato il naso nella seconda, per cui…”cidevodapensareunbelpo’”.

Dunque due vini declinati in due “gialli da ombrellone”, dategli una letta e correte ad assaggiarli.

– TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “PER INIZIARE” 2017. Il caso della bottiglia che sapeva troppe cose.

La bottiglia era sul tavolo quando sono entrato.

Non ricordo di averla invitata, ma era lì.

Gialla, silenziosa, con quell’aria da oggetto che ha già sentito la domanda e sta valutando se valga la pena rispondere.

«È il Trebbiano?» ho chiesto.

Nessuno ha risposto.

La bottiglia, però, sembrava divertita.

Ho versato.

Il vino è sceso nel bicchiere senza fretta, come qualcuno che conosce il posto e non ha bisogno di presentarsi.

Il primo odore è stato quello di un’ossidazione netta, inattesa, quasi una porta aperta su una stanza in cui non avevo programmato di entrare.

Voluta o no, la nota era lì, non chiedeva permesso e non sembrava intenzionata a uscire.

A quel punto, secondo la procedura, avrei dovuto agitare il bicchiere, prendere tempo, assumere l’espressione di chi ha capito qualcosa.

Ho agitato il bicchiere.

L’espressione è arrivata da sola.

L’ossidazione non copre il vino, gli fa da sfondo.

Dietro, o dentro, si affacciano fiori bianchi, mela renetta, nespola, sambuco, agrume amaro e liquirizia.

Non compaiono in ordine alfabetico, arrivano come testimoni convocati per una faccenda che nessuno vuole spiegare fino in fondo. 

La mela sembra aver passato una giornata difficile, la nespola mantiene un certo contegno, il sambuco osserva dalla finestra, l’agrume non si fida di nessuno, la liquirizia aspetta la fine, che è il suo mestiere.

Il vino viene da Rabottini, ma in questo momento Rabottini è fuori campo, restano l’annata, il bicchiere e il comportamento del liquido.

Il 2017 non sembra intenzionato a svolgere il ruolo del bianco giovane, allegro e disponibile.

Non sorride al primo incontro, non racconta barzellette, non si mette una giacca chiara per sembrare più estivo.

«Sei un Trebbiano?» ho domandato.

La bottiglia non ha risposto.

«Perché ti chiami “PER INIZIARE”?»

Ancora niente.

Il vino, tuttavia, si è mosso.

Al palato arriva sostanzioso, quasi compatto.

Non pesante: compatto.

È una differenza importante.

Il peso cade verso il basso, la compattezza resta insieme.

Qui c’è una materia che non si disperde, sostenuta da un equilibrio preciso e da una scorrevolezza che non si annuncia, si scopre dopo, quando il sorso è già passato e il bicchiere sembra avere ancora qualcosa da dire.

La bocca riprende ciò che il naso aveva lasciato sul tavolo.

La parte ossidativa non era una trovata teatrale, il frutto non era un diversivo, l’agrume amaro non stava lì per fare atmosfera.

Tutto torna, più o meno, come in quelle storie in cui i personaggi sembrano muoversi a caso e poi, all’ultimo momento, si scopre che avevano seguito un piano.

Oppure che non c’era nessun piano, e due cose, nel vino, possono assomigliarsi parecchio.

Il sorso ha una consistenza quasi fisica, ma non cerca di occupare tutta la stanza.

Passa, resta, si ritira.

L’acidità tiene la linea.

La chiusura allunga il discorso senza alzare la voce.

Non è un vino costruito per ottenere un consenso immediato, è un vino che preferisce lasciare un dubbio ben formulato.

E il dubbio è questo: quanto deve essere tranquillo un Trebbiano per potersi permettere di essere così poco tranquillo?

L’annata 2017, qui, non appare come un numero sull’etichetta.

È un comportamento.

Ha una maturità che non coincide con la dolcezza, una profondità che non ha bisogno di scurirsi e una parte amaricante capace di tenere il vino lontano dalla comodità.

Non è rustico, ma non è neppure pettinato, se ne sta lì con i capelli in ordine sufficiente per non essere fermato dalla polizia.

A un certo punto ho provato a lasciare il bicchiere da parte.

Era un gesto ragionevole.

Il bicchiere è rimasto sul tavolo.

Dopo qualche minuto il vino sembrava più disposto a parlare, che è una delle ragioni per cui si lasciano respirare le cose.

L’ossidazione si è fatta meno frontale, mentre fiori, frutto, erbe e liquirizia hanno trovato una distanza più leggibile.

Non una riconciliazione, una tregua.

È qui che “PER INIZIARE” smette di essere soltanto il nome di una bottiglia e diventa una specie di istruzione mal tradotta.

“Inizia pure”, sembra dire, “ma non aspettarti che io faccia tutto il lavoro. Io sono qui. Il resto dipende da quanto tempo hai, da quante domande vuoi fare e dalla tua capacità di non scambiare la facilità per chiarezza.”

Un vino laterale, non accomodante, con una personalità abbastanza forte da non doverla spiegare ogni trenta secondi.

La bottiglia è rimasta sul tavolo ancora un po’.

Quando sono uscito, non aveva cambiato posizione.

O forse sì.

Non abbastanza da poterlo dimostrare.

89++ (che sono quasi 90), ma il punteggio, davanti a una bottiglia così, ha l’aria di un documento lasciato in una stanza sbagliata, dice qualcosa ma non tutto.

Da bere ascoltando “LET’S GET IT STARTED” dei THE BLACK EYED PEAS.

p.s. a Isabella piace di più la 2015, ma io non sono Isabella.

– CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “A SEGUIRE” 2022. Il caso del rosato che non aveva intenzione di comportarsi da rosato.

La bottiglia era arrivata senza preavviso.

Nessun biglietto, nessuna telefonata, nessun uomo col cappotto fermo dall’altra parte della strada.

Solo lei, sul tavolo, con l’etichetta rivolta verso il muro e un colore che, a prima vista, sembrava aver già superato una certa quantità di problemi.

“A SALIRE?” ho chiesto.

La bottiglia non ha risposto, ma non sembrava nemmeno sorpresa.

Dalla bottiglia al bicchiere dopo un breve tuffo.

Il colore è un rosso-granato pallido, con quella tonalità che costringe il degustatore a rivedere alcune convinzioni e il fotografo a spostare due volte la lampada.

Non è il rosa che si mette in posa, è più vicino a un rosso che ha deciso di mantenere un profilo basso.

Il primo naso non è accomodante.

Arrivano erbe secche, una traccia di fungo, un tocco di ciliegia rossa e il pepe.

Non entrano insieme, si presentano a gruppi separati, come persone che hanno litigato nel parcheggio e ora devono fingere di essere venute alla stessa festa.

La nota di fungo è lì, precisa, senza cercare di diventare elegante, le erbe secche aggiungono una distanza quasi autunnale, la ciliegia prova a riportare il discorso verso qualcosa di più familiare, ma il pepe la interrompe.

Nessuno sembra avere il controllo della riunione.

È una buona notizia.

La gradazione indicata è di 16% vol. ed è una notizia meno buona (per le gambe).

A quel punto ho riguardato il bicchiere.

Il vino non si era mosso, ma qualcosa era cambiato.

Forse la luce, forse il vino, forse io, che è sempre l’ipotesi più difficile da dimostrare.

Al palato “A SALIRE” non si presenta come una parentesi leggera, ha una consistenza riconoscibile, una concentrazione che resta anche dopo il primo impatto e una trama tannica che lavora sotto la superficie.

Non è un rosato travestito da rosso ma un vino che ha smesso di preoccuparsi della distinzione e procede secondo una logica propria.

«Sei ancora giovane?» ho domandato.

Il bicchiere ha continuato a non rispondere.

L’età, in questo caso, non è un numero ma un atteggiamento.

La struttura tannica dà al vino una forma precisa, non è aggressiva ma neppure decorativa.

Si percepisce nella trama, nel modo in cui il sorso si allarga e poi si ricompone.

La concentrazione tiene il centro, il tempo si occupa dei margini.

È il genere di Cerasuolo che mette in difficoltà chi ha bisogno di una definizione rapida.

Rosato?

Sì, per denominazione.

Rosso pallido?

Anche.

Vino da bere senza pensarci?

Non proprio.

Vino da bere pensando troppo? 

Neppure.

“A SALIRE” appartiene a quella categoria più scomoda dei vini che pensano di poter fare entrambe le cose, dare una sensazione netta e lasciare una domanda aperta.

Il 2022, in questa bottiglia, sembra avere scelto la strada della maturità.

Non la maturità dei discorsi solenni, delle tende pesanti e dei mobili scuri, una maturità più pratica, da persona che arriva in anticipo, si siede in fondo alla stanza e osserva tutti gli altri fare confusione.

Nel bicchiere il vino continua a cambiare, ma non concede una trasformazione spettacolare, non c’è il colpo di scena con la musica che sale, ci sono piuttosto una serie di piccoli spostamenti: una nota che arretra, un’altra che si fa più leggibile, il frutto che resta in piedi mentre intorno aumentano le ombre.

La cosa più riuscita è la coerenza tra colore, naso e bocca.

Il rosso-granato pallido non promette un vino semplice e il vino non prova a smentirlo.

La concentrazione sostiene il sorso, tannini gli danno una linea e l’evoluzione gli impedisce di scivolare nella banalità.

Non è una bottiglia che cerca di piacere a tutti.

Probabilmente non ha mai compilato il modulo.

Ma non è nemmeno un vino chiuso, ostile o compiaciuto, è semplicemente poco interessato alle buone maniere quando le buone maniere significano togliere qualcosa al carattere.

Quando sono tornato al tavolo, la bottiglia era ancora lì.

L’etichetta questa volta guardava verso di me.

Non ho fatto domande.

88 Punti.

E QUINDI?

E quindi GRAZIE a Isabella e Massimo per la disponibilità, il tempo che sanno sempre trovare per raccontare il bello che è fare vino e fare olio.

Grazie per quel loro lavoro che semplicemente consumiamo per il nostro edonismo e per comunicare il quale io non riesco a trovare che poche e inadatte parole.

Se passate da Chieti e siete stanchi di scaffali contenenti prodotti con poche vocali, fate un upgrade di un minuto e regalateVi l’emozione di un francobollo di Abruzzo, viceversa cercate i loro vini e i loro EVO e…programmate quell’upgrade per l’appena possibile.

Roberto Alloi

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