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ALTA LANGA A ROMA 2026. Le bollicine piemontesi incontrano la Capitale.

IL COSA E IL DOVE

Lo scorso 11 Maggio gli eleganti ambienti dello SPAZIO FIELD di PALAZZO BRANCACCIO a Roma, hanno ospitato ALTA LANGA A ROMA, evento organizzato dal CONSORZIO ALTA LANGA per celebrare quelle bollicine piemontesi che oggi raccolgono l’eredità e proseguono la tradizione del primo Metodo Classico d’Italia.

Una manifestazione che ha visto la partecipazione di oltre 700 operatori del settore e giornalisti e che il Presidente del Consorzio Giovanni Minetti ha confermato diventerà un appuntamento fisso nell’ampio panorama degli Eventi della Capitale.

L’ALTA LANGA

L’Alta Langa non è una semplice denominazione: è un paesaggio verticale, un Piemonte che cambia quota, luce e temperatura, dove la vite smette di cercare potenza e inizia a lavorare sulla tensione.

Qui i vigneti salgono oltre i 250 metri, spesso ben sopra i 600, tra le province di Alessandria, Asti e Cuneo, esclusivamente sulla destra del Tanaro.

Colline alte, fredde, ventilate, terre di margine che proprio nel limite hanno trovato la propria identità.

La geologia le ha lasciato in dote suoli poveri, ricchi di scheletro, capaci di drenare rapidamente e costringere la pianta a scavare in profondità.

Da qui nasce la firma più riconoscibile dell’Alta Langa: acidità tagliente, salinità, precisione minerale, tutti elementi affatto accessori per sostenere lunghi affinamenti sui lieviti e dare al Metodo Classico una struttura capace di evolvere nel tempo.

Anche il clima gioca una partita decisiva.

Il “Marino”, il vento che risale dalla Liguria, attraversa queste colline creando forti escursioni termiche tra giorno e notte.

Le maturazioni rallentano, gli aromi restano integri, l’acidità non cede.

In un’epoca in cui molte zone cercano freschezza artificiale, l’Alta Langa la possiede naturalmente.

IERI E OGGI

La vocazione spumantistica dell’Alta Langa non nasce oggi e nemmeno negli anni Novanta.

Le prime intuizioni risalgono già all’Ottocento, quando alcune famiglie aristocratiche piemontesi iniziarono a guardare alla Francia non con imitazione, ma con ambizione.

I Conti di Sambuy furono tra i primi a introdurre varietà francesi nelle colline piemontesi.

Poco dopo, attorno al 1850, il Marchese Leopoldo Incisa ampliò la propria collezione di vitigni a Rocchetta Tanaro, in un contesto dove Pinot Nero e Chardonnay erano ancora percepiti come corpi estranei da una cultura agricola profondamente locale.

La vera svolta arriva però nel 1865 con Carlo Gancia.

Dopo aver studiato in Champagne, comprese che quelle colline alte e fredde possedevano caratteristiche ideali per produrre grandi vini rifermentati in bottiglia.

Nasce così il primo Metodo Classico italiano.

Un’intuizione destinata a cambiare il destino del territorio.

Per decenni questa tradizione rimane frammentata, quasi sotterranea.

La rinascita moderna arriva soltanto negli anni Novanta con il “Progetto Spumante”, una collaborazione tra produttori e grandi case storiche per individuare cloni, esposizioni e terreni realmente vocati alla spumantizzazione di alta gamma.

Partecipano nomi come Cinzano, Contratto, Fontanafredda, Gancia, Martini & Rossi, Riccadonna e Banfi.

È il momento in cui l’Alta Langa smette di essere un’intuizione e diventa una visione condivisa.

Da quel lavoro nasceranno prima la DOC nel 2002 e poi la DOCG nel 2011 e un disciplinare costruito attorno a pochi ma estremamente chiari principi.

Pinot Nero e Chardonnay per almeno il 90%, con la possibilità di utilizzare piccole percentuali di altri vitigni non aromatici (talvolta anche Nebbiolo).

L’unicità di esistere solo millesimata, in modo che ogni bottiglia racconti un’unica vendemmia con tutte le sue tensioni climatiche e le sue differenze è certo una scelta radicale, quasi controcorrente, ma mette il Territorio davanti alla standardizzazione.

L’esilio sui lieviti?

Minimo trenta mesi (trentasei per la tipologia Riserva), con molti Produttori che spingono gli affinamenti molto più in là, cercando profondità, ampiezza e complessità senza sacrificare la verticalità del vino.

In questo contesto si inserisce anche la crescente diffusione del Pas Dosé come scelta che elimini qualsiasi elemento correttivo finale lasciando emergere il vino nella sua forma più nuda.

Acidità, sale, materia, tempo, nessun equilibrio costruito, nessuna dolcezza di compensazione, solo Territorio

GLI ASSAGGI

47 Aziende e 115 etichette in degustazione, a rappresentare circa l’80% della produzione.

Masterclass tematiche e banchi d’assaggio.

Tanto, tantissimo, troppo da assaggiare per uno solo come me; nomi nuovi, vecchie conoscenze, tradizione e modernità sotto lo stesso tetto.

Inevitabile dunque fare delle scelte e spesso necessario affidarsi all’estro del momento e/o sfruttare i tavoli meno affollati.

Tra i circa sessanta assaggi della giornata ne ho selezionati dieci che mi permetto di sottoporre alla Vostra attenzione; dieci etichette che Vi invito ad assaggiare personalmente, ché le mie parole non potranno mai sostituire l’esperienza.

QUELLO DA NOVANTA

– ALTA LANGA DOCG “SPECIAL CUVÉE” PAS DOSÉ 2016 RISERVA, CONTRATTO: 

C’è qualcosa di scandalosamente aristocratico in questo vino.

Ha il fascino pericoloso di una donna elegantissima che sa di essere desiderata ma non ha fretta di concedersi, che è in grado di controllare tutto fino all’istante preciso in cui decide di non farlo più.

E dopo un gioco di sguardi il primo respiro è una carezza asciutta di scorza di cedro e nocciola tostata, poi è il calore del miele bruciato e della crosta di brioche ancora tiepida prima dello schiaffo del gesso bagnato.

Per ultima arriva quella vibrazione minerale…ti attraversa la lingua come seta tirata lentamente sulla pelle nuda, lunga, tesa, quasi tagliente.

È lì che capisci che non vuole essere per tutti.

Il lungo esilio sui lieviti gli ha insegnato il linguaggio della profondità.

Non urla, mai.

Sussurra e…ti resta addosso.

Il Pinot Nero domina con una sensualità scura e composta, mentre lo Chardonnay entra in scena più tardi, come unghie laccate lungo la schiena: preciso, verticale, inevitabile. 

In bocca è lusso e lussuria, non ostentazione ma tensione erotica trattenuta, piacere che fermenta, si accumula, matura.
E quando finalmente arriva, è chirurgico.

Perlage sottile come lingerie francese per una bocca che è una stanza buia: agrume candito, nocciola tostata, sale, pietra focaia, pane caldo e una freschezza che continua a mordere anche dopo il sorso. 

Un vino per due persone troppo vicine, per dita che sfiorano lo stelo del calice più lentamente del necessario.
Un vino per quelle ore della notte quando il lusso perde compostezza, il trucco non è più perfetto e nessuno ha davvero voglia di tornare a casa.

E più che elegante, a quel punto, diventa inevitabile.

91 Punti, forse 92.

I QUASIQUASI

– ALTA LANGA DOCG “480m” BLANC DE BLANC BRUT NATURE 2021 RISERVA, DELTETTO: niente dosaggio, niente maquillage aromatico, solo Chardonnay e tempo.

Tempo vero, perché i 42 mesi sui lieviti non sono un dettaglio tecnico ma la chiave della sua identità. 

Il primo naso è quasi severo: crosta di pane, scorza di lievito, agrume giallo, poi lentamente emergono timo, pesca bianca e una nota di pasticceria secca che ricorda certi Blanc de Blancs di impostazione nordica.

La barrique usata non lascia tracce dolciastre, ma allunga la materia e dà profondità tattile. 

La bocca è il punto centrale del vino: verticale, salina, nervosa.

Brut Nature nel senso più corretto del termine, asciutto senza essere magro.

Quei 480m/slm si traducono in una spinta acida affilata che accompagna il sorso fino a un finale lungo, quasi gessoso, senza facili cremosità ma con una progressione continua ed elegante che fa molto Alta Langa contemporanea.

Forse champagneggiante, sicuramente piemontese, meno volume, più profondità; meno immediatezza, più dinamica.

Un vino che parla sottovoce, ma resta in mente a lungo.

88++ Punti.

– ALTA LANGA DOCG “CINQUECENTO” BRUT 2022, VITE COLTE: un vino che sta dove l’Alta Langa smette di inseguire lo Champagne e comincia a parlare una lingua tutta sua, tra verticalità alpina e precisione.

“CINQUECENTO” non è marketing, è geografia, quota, identità. 

Il naso gioca su registri nitidi: crosta di pane, agrume fresco, fiori bianchi, nocciola appena tostata. Ma ciò che colpisce davvero è la compostezza aromatica: nessuna concessione alla dolcezza, mai sovraesposizione del frutto.

Tutto resta teso, ordinato, verticale. 

In bocca è cremoso e profondo, elegante, mai opulento, ha ritmo.

L’effervescenza accompagna senza invadere, mentre acidità e sapidità guidano il sorso verso un finale agrumato e salino, molto “Alta Langa” nell’anima.

Un vino che non cerca effetti speciali, ma continuità, pulizia e bevibilità.

Ed è proprio questo il suo pregio maggiore.

88+ Punti.

– ALTA LANGA DOCG “ZERO 140 SATURNO” PAS DOSÉ 2013 RISERVA, SERAFINO: per la prima volta solo pinot Nero, radicalmente Pas Dosé e con quei dodici anni sui lieviti che sono dichiarazione di identità e non esercizio stilistico

Il naso non racconta esuberanza giovanile ma profondità e controllo.

Ampio, stratificato, quasi contemplativo. 

Crosta di pane, nocciola tostata, miele d’acacia, frutta candita, spezie dolci, pietra bagnata.

La crema pasticcera, il burro salato e l’agrume candito arrivano dopo e strizzano l’occhio più a certi Champagne maturi che alle bollicine “de noartri”.

L’assaggio sorprende.

È cremoso, largo, quasi burroso nella tessitura eppure mai pesante.

È attraversato da una vena acida e minerale che tiene il sorso vivo fino all’ultimo e il finale è lunghissimo, salino, secco, con quella chiusura austera che solo i grandi Pas Dosé riescono ad avere. 

È quasi un manifesto tecnico e culturale, e certo non può piacere a tutti ma…

Ha la supponenza di chi non se ne cura.

89 Punti.

– ALTA LANGA DOCG BLANC DE BLANCS PAS DOSÉ 2022, CONTRATTO: la finissima effervescenza è ordinata, come il dettaglio di un abito cucito bene e veicola subito i profumi di cedro, mela verde e fiori bianchi mentre procedono con calma studiata quelli di pane caldo e mandorla e il gesso riempie l’aria con una nota minerale che sa di cantina fresca e muri antichi.

Il sorso è rigoroso ma mai severo.

È sfacciatamente sincero, asciutto, certo, molto teso, molto verticale, ma senza quell’austerità triste di certi Pas Dosé costruiti solo per dimostrare qualcosa, ha energia, ritmo, leggerezza, entra preciso e poi si allunga con una scia salina che fa venire voglia di allungare la mano per averne dell’altro.

Sembra uscito la una festa elegante del 1928, una di quelle con orchestra jazz, sigarette lunghe e bicchieri sempre pieni (ma facendo attenzione a non perdere mai la misura, forse…).

Un vino elegante e sofisticato ma mai serioso.

89- Punti.

– ALTA LANGA DOCG “FOR ENGLAND” BLANC DE NOIRS 2021, CONTRATTO: occupa il bicchiere come i vini che non hanno il bisogno di spiegarsi (e non si impegna neppure nel cercare di risultare simpatico).

Nessuna ricerca di rotondità contemporanee, nessun effetto brioche gonfia, nessuna comfort zone cremosa.

Molto “british”, algido e un po’ troppo sulle sue all’inizio, abbandona la bombetta quasi con riluttanza concedendo mela rossa ancora fredda di cantina, scorza di cedro, un accenno di pane appena tostato.

Mai decisamente fruttato preferisce strizzare l’occhio alle piccantezze di zenzero, alla mandorla che ha conosciuto il sale e a quella sensazione fredda, quasi atmosferica che accenna alla pietra e Vi lascia con un qualcosa di ferroso che ricorda l’odore che hanno mani dopo aver toccato una ringhiera in inverno.

La bolla è sottile e nervosa, non accompagna il vino, lo tira, allungando il sorso sempre oltre l’atteso.

E mentre tra agrumi è tostature l’aria è elettrica, qualche grado in più concede ricordi di erbe alpine tabacco, mandorla e una sottile e controllatissima nota ossidativa che sembra restare sospesa appena sopra il bicchiere.

Un vino che a metà bottiglia si smette di analizzare e si continua a versare.

88++ Punti.

– ALTA LANGA DOCG “90 MESI” PAS DOSÉ 2014 RISERVA, DAFFARA & GRASSO: potreste pensare a una “prova d’autore” ma non troverete alcuna insicurezza in questo vino d’esordio della Cantina e avrete l’impressione che novanta mesi sui lieviti gli abbiano dato qualcosa che assomiglia più alla pazienza che alla complessità.

All’inizio profuma di pane caldo e miele chiaro, poi inizia a zigzagare e arrivano il fieno secco, il cedro candito, la mandorla, una nota di erbe fredde.

Sul fondo resta sempre qualcosa di piemontese nel senso più profondo del termine, una specie di austerità gentile, mai severa, ma incapace di civettare.

Il Pinot Nero domina senza fare rumore dando al vino quella struttura larga, quasi tattile, che ricorda certi grandi rossi delle Langhe quando iniziano a invecchiare bene.

Lo Chardonnay invece porta luce tra le pieghe, come le finestre strette delle cascine che lasciano entrare il sole solo per poche ore al giorno.

E poi c’è il tempo.

Lo senti soprattutto nel finale, quando la bolla ormai è sparita e rimane soltanto una profonda traccia sapida che continua a muoversi lentamente in bocca.

È la parte più bella del vino: il momento in cui smette di sembrare uno spumante e diventa memoria.

Sembra arrivare da un Piemonte che esiste ancora soltanto in certi pomeriggi d’inverno: vigne nude, nebbia alta, trattori fermi davanti alle cascine e quell’odore di mosto vecchio che rimane attaccato al legno delle cantine anche molti anni dopo la vendemmia.

Sa di un vino nato in silenzio che non vuole assomigliare a qualcos’altro

Ha il coraggio raro che hanno le cose provinciali quando diventano adulte: non vuole essere Champagne, non vuole essere moderno, non vuole nemmeno piacere a tutti.

Vuole soltanto durare.

89- Punti.

– ALTA LANGA DOCG 2022, ROCCASANTA: questo 2022 non è un vino perfetto.

Ed è precisamente la sua parte migliore.

Il perlage arriva nervoso, irregolare quasi.

Non c’è la crema rassicurante delle bollicine costruite per piacere a tutti.

C’è invece un’acidità che si allunga come aria fredda dentro una stanza vuota.

Sa un po’ di lievito ruvido, un po’ di nocciola piemontese vera, un po’ di agrume, e soprattutto ha quella sensazione minerale difficile da spiegare: non la pietra da manuale AIS, ma qualcosa che ricorda certi muri umidi di cascina dopo la pioggia.

Non Vi meravigliate di leggere poco riguardo ai descrittori (avete occhi naso e bocca anche Voi), ché qui, una volta tanto siamo di fronte a un vino che costringe ad andare oltre il vino.

Perletto non è una langa da week-end motivational, non ci vai per staccare, ci vai e basta (e già questo, nel 2026; è un atto politico).

È una Langa faticosa, le vigne salgono storte, i boschi si mangiano la luce e d’Inverno sembra che qualcuno abbia abbassato il volume del mondo.

In mezzo a questo paesaggio c’è Pietro (Monti), non vedente dal 2011.

Il vino che fa non chiede compassione, né tantomeno vuole trasformarsi in manifesto motivazionale.

Nessuna estetica della resilienza, nessuna retorica del “superare i limiti”, la stessa etichetta in braille è tono su tono e non strilla, chiede attenzione.

Il vino che fa, semplicemente cambia prospettiva e, piuttosto, fa emergere una domanda scomoda: quanto beviamo davvero con i sensi e quanto con l’etichetta, il colore, il posizionamento?

Il vino contemporaneo è diventato lusso narrativo, etichette minimali, bottiglie pesanti, parole come identità, esperienza, esclusività.

E la stessa Alta Langa, oggi, sembra essere diventata la denominazione preferita da chi vuole sentirsi elegante senza correre il rischio della vera radicalità.

È la bollicina del professionista milanese che ordina la “finanziera” perché dice di amare il Territorio, salvo poi bere solo Champagne il resto dell’anno.

Beh, ROCCASANTA sembra stare altrove, più vicino al rumore del remuage che alle strategie di branding, più vicino alla terra che all’algoritmo, il suo vino è spigoloso, ostinato, a tratti persino antipatico.

Ma te lo ricordi.

Da bere ascoltando BLIND dei TALKING HEADS.

88++ Punti.

– ALTA LANGA DOCG “S2” 2015, MARCO CAPRA: a Santo Stefano Belbo le Langhe cominciano a perdere la postura aristocratica da Nebbiolo in giacca beige e tornano a essere campagna vera. Meno colline fotogeniche, più vento, più fatica e nessuna vergogna di sapere di mosto e gasolio agricolo. 

“S2” assomiglia esattamente a quel paesaggio, non si presenta morbido e accomodante come molte bollicine italiane contemporanee, tutte prese a sembrare versioni a rate dello Champagne.

È Nervoso, birichino.

Prima arrivano mela gialla, nocciola e un’idea di salvia e crosta di pane, poi il ritmo cambia: crema bruciata, liquirizia, pietra spaccata, agrume amaro.

Mentre lo bevi è irrequieto come certa gente che non riesce a stare seduta composta a tavola. 

Il 2015 gli ha lasciato addosso una maturità strana, non quella dei vini “importanti”, gonfi di gravità e autostima, ma quella di chi ha smesso di voler dimostrare qualcosa.

Certo il tempo sui lieviti si sente, ma non diventa mai pasticceria da albergo di lusso, è più una vibrazione contadina sotto la superficie elegante.

E soprattutto manca quell’ossessione contemporanea per la perfezione tecnica assoluta.

Oggi molti Alta Langa sembrano progettati da un gruppo di consulenti che ha paura del silenzio: tutto lucidissimo, precisissimo, senza una piega, senza un inciampo.

Bellissimi come gli ingressi dei centri benessere.

E memorabili più o meno quanto gli ingressi dei centri benessere.

“S2” ha ancora delle asperità, delle piccole storture, degli spigoli vivi.

E infatti Vi resta in testa molto più di vini teoricamente “migliori”.

Forse perché, al di là della faccenda del metodo classico, del disciplinare, dei mesi sui lieviti e delle degustazioni coi termini francesi pronunciati male, questo vino continua ad avere una qualità rarissima: sembra fatto da un uomo.

89 Punti, forse di più.

– ALTA LANGA DOCG “SEITREMENDA” ROSÉ 2022, MARCO CAPRA: ha un modo tutto suo di stare nel bicchiere.

Per un attimo sembra uno di quei rosé che conosci già.

Il colore invita all’equivoco: tenue, elegante, quasi educato.

Poi prende un’altra strada, e lo fa lentamente, come certe persone che parlano poco ma quando iniziano non assomigliano a nessuno.

All’inizio c’è un’idea di freddo, ma non temperatura, proprio freddo; aria di collina alta, ombra lunga, pietra umida.

Il frutto arriva dopo, piccolo e contratto, più meraviglia di melograno spaccato che fragola, più ribes acerbo che smancerie di fragolina.

E sotto, quasi nascosta, una traccia di lievito sottile, da pane lasciato raffreddare sul tavolo.

Il perlage è fine ma soprattutto funzionale, accompagna una materia che resta tesa fino alla fine, non accarezza, punzecchia, tiene svegli.

Il Pinot Nero sembra avere le ginocchia sbucciate, niente dolcezze decorative, niente fragolina da aperitivo; porta piuttosto in dote una sorta di ombra ferrosa, un lato ematico sottile che dà profondità al vino senza appesantirlo.

Lo Chardonnay invece…lo Chardonnay prova inutilmente a rimettere ordine, come uno che continua a sistemarsi la camicia a una festa già finita male.

I 36 mesi sui lieviti non aggiungono peso ma memoria, smussano gli angoli senza cancellare il carattere.

“SEITREMENDA” è femmina che ti fa tornare a casa con il sorriso storto e la camicia abbottonata confondendo la prima asola.

Bravo Marco! Carattere, Territorio e un bel paio di…

88 punti con un bel +.

E QUINDI?

E quindi GRAZIE al CONSORZIO ALTA LANGA per avermi voluto ospitare ancora una volta e a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto la pazienza e il buon cuore di sopportare le mie elucubrazioni e quelli che per motivi di tempo mi hanno solo visto passare davanti al proprio tavolo.

È stata una giornata intensa all’insegna della qualità e del Territorio, un Evento organizzato con cura.

Certo, visto il numero dei Produttori presenti e il grande afflusso di persone, avrei preferito degli spazi un pochino più ampi ma le “imprecisioni” fanno parte del gioco e servono di sprone a fare sempre meglio.

Metto dunque in agenda sin da ora l’Edizione 2027 e datemi retta…fatelo anche Voi!

Roberto Alloi

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Archiviato in:Aziende, Eventi, Evidenza, Territori, Vino Contrassegnato con: 480M, 90 MESI, ALTA LANGA, Blanc de Blanc, BLANC DE BLANCS, BLANC DE NOIRS, Brut, Brut Nature, Chardonnay, CINQUECENTO, CONSORZIO ALTA LANGA, CONTRATTO, DAFFARA & GRASSO, DELTETTO, enoevo, extra brut, FOR ENGLAND, Giovanni Minetti, MARCO CAPRA, metodo classico, pas dosé, piemonte, Pietro Monti, Pinot Nero, RISERVA, Roberto Alloi, ROCCASANTA, S2, SEITREMENDA, SEITREMENDA ROSÉ, SERAFINO, SPECIAL CUVÉE, spumante, vinodentro, Vite Colte, ZERO 140 SATURNO

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