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BEREBIANCO 2026. Cucina & Vini mette al centro i grandi vini italiani.

IL COSA E IL DOVE

Lo scorso 23 maggio i rinnovati spazi del Grand Hotel PALATINO di Roma hanno ospitato la quarta Edizione di BEREBIANCO, Evento organizzato da CUCINA & VINI e dedicato ai grandi bianchi da invecchiamento di un’Italia che ancora si ostina a negare l’evidenza e a proseguire nella richiesta di vini bianchi “ancora da vendemmiare”.

Circa 50 le aziende presenti e oltre 150 le etichette in degustazione ai banchi d’assaggio e 5 masterclass dedicate non solo alle vecchie annate ma soprattutto al racconto che i Produttori ne hanno fatto, perché un vino è molto più che “solo” un vino, è storia, passione, lavoro, ricordi, aspettativa, emozioni…

Una giornata all’insegna del Territorio e della Qualità che ha radunato un gran numero di appassionati e professionisti del settore ma soprattutto ha inaspettatamente intercettato la curiosità di quei giovani che spesso “mancano” nelle statistiche di coloro che si mostrano interessati al vino e al bere consapevole.

GLI ASSAGGI

Come già accennato c’era tanto, davvero tanto da assaggiare.

Una prima occhiata alla sala mi ha fatto subito capire che era meglio mettere da parte qualsiasi tipo di programma e lasciarsi trasportare dall’estro e dall’agilità necessaria a schivare le lunghe file ai tavoli dei Produttori più blasonati per dedicarsi ai nomi nuovi e/o a quanto il caso era in grado di offrirci.

Alla fine, tra gli ormai canonici circa sessanta assaggi, ho creduto opportuno sottoporre alla Vostra attenzione dieci etichette, dieci calici di emozioni che Vi invito a provare personalmente perché nessuna parola (soprattutto altrui) potrà mai sostituirsi all’esperienza diretta.

– VALLE ISARCO GRÜNER VELTLINER DOC “RIGGER” 2019, GRIESSERHOF (ALTO ADIGE):

Ci sono vini che profumano di frutto.

E poi ci sono vini che profumano di aria.

Questo 2019 sa di vento freddo che scende dalle montagne, di erbe schiacciate tra le mani e di pietra chiara bagnata dalla pioggia.

Il tempo ha intagliato la corazza acerba del Gruner Veltliner scoprendone un profilo fatto di profondità.

Il naso si muove lento ma inesorabile.

Mela gialla, pera matura, pesca bianca e mango aprono schiudono il sipario olfattivo regalando morbidezze solari, poi cambia tutto.

Arrivano pepe bianco, melissa, fieno essiccato, salvia alpina e quella vena vegetale finissima che scomoda il sedano bianco.

Tutto è teso, pulito, verticale.

Respira ancora.

Ed esce la montagna.

L’acqua gelida e la pietra aguzza sono presenza e presidio.

La bocca è larga ma affilata.

Inizialmente morbida, quasi cremosa, poi la freschezza rimette il vino in asse e lo porta dritto verso un finale sapido, pepato, amaricante quanto basta.

Tornano agrume verde, mela croccante, erbe officinali e quella scia di pepe bianco che resta attaccata al palato.

Ma non ha voglia di impressionare, non alza la voce.

Lavora sui dettagli, sulle sfumature con precisione glaciale.

Un vino che oggi non corre più.

Cammina lento.

Ma sa esattamente dove andare.

88+ Punti

– COLLIO DOC MALVASIA 2022, ZUANI (FRIULI VENEZIA GIULIA): ha qualcosa di inquieto e mediterraneo dentro un paesaggio che mediterraneo non è (o forse si?).

Nasce dove il Collio perde l’eleganza della cartolina e diventa intreccio contadino di vento, ponca e vigne, tensione continua tra luce e ombra.

Il primo impatto è quasi obliquo, non esplode, si insinua.

Rosa gialla, foglia di limone, salvia, poi pesca bianca e una nota sottile di tè agli agrumi.

Poi il salmastro e lo scuro di un’impressione di pietra umida, di buccia d’arancia lasciata essiccare al sole, di erbe spontanee schiacciate tra le mani.

È un vino che profuma più di vento che di frutta.

In bocca ha materia da vendere ma resta nervoso, vivo.

Il sorso entra morbido e subito si arrampica, attraversato da una vena sapida che sembra arrivare direttamente dal fondo del mare che era.

E nel finale torna quell’amaritudine mediterranea, elegante e irrisolta, che rende la Malvasia un vitigno così umano: mai completamente ordinato, mai davvero addomesticato.

È un vino di respiro, un bicchiere che sembra raccontare non tanto il vitigno quanto quel confine che il Territorio cancella, una stretta di mano tra la freschezza del nord e la memoria solare dell’Adriatico.

88++ Punti.

– COLLIO DOC BIANCO 2021 RISERVA, ZUANI (FRIULI VENEZIA GIULIA): non cerca di rappresentare il Collio, piuttosto di interrogarlo.

In un’epoca che pretende definizioni immediate e identità facilmente riconoscibili sceglie la complessità come forma di resistenza.

Non si affida alla voce di una singola varietà, ma costruisce il proprio linguaggio attraverso il dialogo.

È un vino che nasce dall’assemblaggio e che dell’assemblaggio conserva la più alta ambizione: trasformare la pluralità in unità senza cancellarne le differenze.

Al naso si muove con lentezza e profondità.

I primi richiami sono quelli degli agrumi maturi, il cedro, il pompelmo giallo, la scorza di limone candita…

Poi sono pesca bianca, albicocca appena matura, pera Williams…e ancora sfumature di fiori bianchi, camomilla, ginestra, che lasciano progressivamente spazio a una trama più complessa fatta di erbe officinali, mandorla fresca, nocciola, spezie dolci e delicati richiami fumé.

Sullo sfondo affiora quella mineralità gessosa di una ponca che definire il carattere del vino ben più che i singoli aromi.

La sua cifra non è l’intensità, ma la profondità, non procede per affermazioni, ma per allusioni. Ogni elemento sembra emergere e ritirarsi con la naturalezza delle cose necessarie.

Nulla si impone, tutto concorre.

L’assaggio restituisce una materia ampia e avvolgente, attraversata da una tensione costante. L’ingresso è morbido e pieno, quasi cremoso, ma immediatamente sostenuto da una freschezza agrumata che ne ridisegna i contorni.

La componente sapida, precisa e persistente, accompagna il sorso lungo tutta la progressione, conferendo slancio e profondità.

Ritornano le sensazioni di agrume, frutta gialla e mandorla, mentre il finale si distende lungo su toni salmastri, speziati e leggermente tostati.

È il rapporto che instaura con il tempo che chiede attenzione.

Non il tempo dell’invecchiamento, troppo spesso evocato come misura di valore, ma il tempo della comprensione.

Il tempo necessario perché un paesaggio diventi memoria, perché un luogo smetta di essere geografia e diventi cultura.

È figlio di una terra di confine e i confini non sono mai soltanto linee di separazione, sono luoghi di incontro, di contaminazione, di negoziazione continua.

Questo vino sembra assorbirne la lezione più profonda, la sua identità non nasce dalla purezza, ma dalla relazione, non dalla semplificazione, ma dall’equilibrio.

Restituisce questa visione con particolare lucidità.

Possiede energia senza nervosismo, densità senza peso, maturità senza opulenza

Ogni componente appare inserita all’interno di un disegno più ampio, come se l’obiettivo non fosse costruire un grande bianco, ma raggiungere una forma di armonia, come se il suo scopo fosse quello di ricordarci che l’eleganza, ogni tanto, non coincide con la sottrazione ma con la capacità di dare ordine alla complessità.

Come certi paesaggi collinari osservati dall’alto, dove ogni vigneto, ogni bosco e ogni sentiero sembrano occupare un posto inevitabile, trova la propria bellezza nella misura delle relazioni che lo compongono.

Più che raccontare un territorio, ne interpreta il pensiero.

89 Punti.

– VERMENTINO DI GALLURA DOCG SUPERIORE “KRAMORI” 2024, SARAJA (SARDEGNA): “KRAMORI” nasce sotto lo sguardo del Monte Limbara, dove il granito si fa vento e il vento si fa sale.

Nel bicchiere racconta la Gallura ruvida a colpi di agrumi maturi e pesca bianca, di ginestre e fieno.

E mentre soppesate un ché di spezie ecco la macchia mediterranea, gli inciampi di ginepro, il soffio costante di salvia e rosmarino e quella mineralità granitica che ti ricorda che sotto i piedi non hai terra ma roccia antica come il mondo.

In bocca fa sul serio, entra ampio, generoso, quasi avvolgente, eppure resta teso come una corda di violino affilato come la lama a due fili della spada fresco-sapida.

Cincischia un po’ con la frutta matura e, nel finale, arriva il sale! Come un’onda che si ritira sulla spiaggia di Budoni, lasciando una scia ammandorlata, amara e lunghissima.

È un vino che ha eleganza e carattere, precisione e carnalità. Non urla, canta. E lo fa con quella voce un po’ roca e solare tipica della Sardegna del nord.

Un vino che ci ricorda come certi territori non si raccontano, si bevono.

 88++ Punti.

– VERMENTINO DI GALLURA DOCG VENDEMMIA TARDIVA “KARI DÌ PÈTRA” 2022, SARAJA (SARDEGNA): Il naso è consistente, un abbraccio caldo e complesso di Gallura matura.

Non corre, che si prende il suo tempo, come la vendemmia che lo ha generato e regala note di frutta bianca stramatura, pesca noce, albicocca sciroppata, cedro candito e scorza d’arancia.

La nocciola tostata arriva dopo, accompagnata da una carezza di vaniglia e da un soffio di fiori di ginestra secchi mentre il miele di corbezzolo e le spezie dolci si fondono con la mineralità della roccia scaldata dal sole.

In bocca ha corpo, materia e una ricchezza che è lusso senza ostentazione.

Entra ampio, avvolgente, il frutto è denso e maturo, ma l’acidità vibrante e la sapidità marina lo tengono in piedi, impedendogli di cadere in mollezze sdolcinate.

Il finale è lungo, aristocratico, con ritorni di mandorla, miele e il sigillo di una mineralità granitica.

Da un vigneto piccolo e ostinato un Vermentino che parla di vento, maestrale e tempo rubato alla terra.

Non il mio Vermentino ma un sorso che resta.

89 Punti?

Forse si.

– ETNA BIANCO DOC 2025, TORNATORE (SICILIA): si apre su profumi netti di cedro, crema di limone, mela verde e pesca bianca, accompagnati da richiami di ginestra, finocchietto, erbe spontanee e pietra vulcanica.

Un corredo aromatico che fa della nitidezza la propria profondità.

Ogni aroma appare a fuoco, come illuminato dalla luce tersa delle contrade etnee.

L’Etna Bianco di Tornatore è uno di quei vini che ricordano quanto l’altitudine sia una componente del gusto prima ancora che un dato geografico. Perché se la Sicilia richiama immediatamente il sole, la maturità e l’abbondanza, qui il racconto cambia prospettiva. Sale di quota, rallenta i ritmi e acquista definizione.

In bocca è slanciato, salino, attraversato da una freschezza che ne definisce l’architettura senza mai diventare tagliente, un sorso in cui gli agrumi ritornano insieme a note di mandorla fresca e a una mineralità quasi polverosa che richiama la roccia lavica frantumata.

Preciso più che complesso, lascia che ogni cosa occupi il proprio posto senza eccessi né concessioni.

Avanza con passo sicuro, mantenendo fino alla chiusura quella sensazione di energia composta che rappresenta probabilmente la sua qualità più distintiva.

In un territorio che spesso viene raccontato attraverso la forza del vulcano questo vino ne racconta l’eleganza e dimostra come, sull’Etna, la vera profondità non nasca dalla potenza della montagna, ma dalla capacità di trasformarla in tensione, luce e misura.

88++ Punti.

– ETNA BIANCO DOC “PIETRARIZZO” 2023, TORNATORE (SICILIA): olfatto verticale, quasi tagliente, che prima sussurra soltanto e poi riempie tutto lo spazio.

Limone candito e cedro duettano con pesca bianca tropicali succosità, la ginestra accompagna il tiglio, e la pietra è un’anima nera, una eco fumé che sull’Etna non è vezzo ma memoria.

C’è il vento dentro questo vino.

Lo sentite mentre muove erbe di montagna, timo selvatico, una camomilla appena accennata e una salinità che sa di roccia bagnata più che di mare.

Il sorso non concede scorciatoie: entra teso, affilato, minerale.

La freschezza corre veloce sulle gengive ma trova subito profondità, materia, una consistenza quasi lavica che allarga il vino senza appesantirlo mai.

E allora ecco il contrasto, bellissimo, tra la luce agrumata del Carricante e quell’ombra vulcanica fatta di fumo, sale e terra che parla la lingua del fuoco.

Finale lungo, salino, di quelli che Vi fanno tornare al bicchiere anche quando non c’è più nulla da capire.

Solo da bere.

Un vino che guarda il vulcano senza abbassare lo sguardo…

89 Punti.

– VIGNETI DELLE DOLOMITI IGT TRAMINER AROMATICO 2024, STEFANO POLA (VENETO): se al naso può sembrare una versione fresca e quasi “alleggerita” del vitigno non vuol dire che non ne rappresenti l’espressività.

Subito un bel bouquet di fiori nel quale spiccano rosa canina, tiglio e un tocco di sambuco.

Poi, dopo una frutta bianca che racconta mela golden croccante, pesca bianca e un accenno di albicocca matura ma non troppo, ecco che esce l’anima del Traminer, quella spezia dolce, discreta, lo zenzero candito, un filo di cumino e quella chiusura balsamico-minerale a ricordarci che non siamo in Alsazia o in Alto Adige ma in Valbelluna, dove il freddo scolpisce verticalità.

In bocca è vibrante.

L’acidità montanara è ben presente e fa da scheletro a un sorso che ha sostanza ma non peso. Buona la sapidità, pulita la chiusura, con quel ritorno floreale e leggermente speziato che invita al secondo bicchiere, quell’aromaticità che accompagna senza aggredire.

Onesto, territoriale, magari non ti fa sognare ad occhi aperti come certi fuoriclasse, ma ti lascia un bel ricordo

Brindo alla viticoltura di montagna che non urla, ma parla con chiarezza.

87++ Punti.

– VIGNETI DELLE DOLOMITI IGT RIESLING 2023, STEFANO POLA (VENETO): un Riesling che sembra nascere da una luce fredda, da una luminosità obliqua, minerale, che appartiene alle vigne alte e ai pomeriggi attraversati dal vento.

Non rincorre il modello renano né la scorciatoia idrocarburica.

Piuttosto lavora sulla trasparenza, sul vuoto tra le cose, sul modo in cui l’acidità può diventare materia architettonica invece che semplice slancio gustativo.

Al naso tutto accade per frammenti: lime, pietra che rotola, mela acerba, resina. 

Poi una nota quasi fumé, sottile, come l’aria impregnata di roccia dopo uno scroscio d’acqua.

Nessuna concessione aromatica, nessuna ampiezza consolatoria.

Il vino resta contratto, verticale, ostinatamente montano.

In bocca è una linea tesa tra quota e tempo.

Il sorso è cote che affila, avanza per sottrazione, scavando un solco profondo nella sapidità e lasciando che sia il ritmo, più che il volume, a costruire la persistenza e il finale è lungo ma silenzioso.

Sa di agrume, sale ed erbe di montagna schiacciate tra le dita.

Un vino che non occupa spazio, ma lo crea attorno a sé.

Un vino che è un paesaggio da attraversare lentamente, un vino da ascoltare prima che da bere.

88–Punti.

– CUSTOZA DOC SUPERIORE “CÀ DEL MAGRO” 2018, MONTE DEL FRÀ (VENETO): nel bicchiere rimane per qualche istante in silenzio, quasi trattenuto, come se volesse invitarti a prendere il suo ritmo.

E quando poi si apre arrivano la scorza di cedro, la ginestra, la mimosa, la camomilla secca dimenticata sopra un tavolo di legno, la polpa gialla della nespola matura, un tropico di ananas e mango.

E chiede tempo per regalarVi le sensazioni più profonde, quasi polverose, di ghiaia, terra asciutta ed erbe selvatiche schiacciate.

È un vino che sembra custodire dentro di sé il paesaggio da cui nasce, con quella miscela precisa di luce e fatica tipica delle colline moreniche veronesi.

Il sorso ha qualcosa di antico.

Non cerca morbidezze facili né luminosità costruite, scorre teso, salino, leggermente amaricante nel finale.

Parla una lingua spesso dimenticata e racconta meglio di una fotografia.

E mentre il bicchiere si scalda, cambia, diventa più largo, più profondo, quasi malinconico, mette in pausa il racconto della frutta e inizia quello del tempo.

88 Punti.

E QUINDI?

E quindi GRAZIE innanzitutto a CUCINA & VINI per avermi voluto ospitare ancora una volta.

GRAZIE a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto la pazienza di ascoltare i miei deliri enoici e quelli che hanno avuto la fortuna di vedermi semplicemente passare davanti al proprio tavolo.

E GRAZIE a Voi che avete avuto il buon cuore di dedicare qualche minuto del Vostro tempo alle mie parole e siete arrivati a leggermi fino qui.

È stata una giornata impegnativa per tutti, per gli Organizzatori (cui voglio dare una bonaria tiratina d’orecchie per lo spazio un pochino risicato della nuova location) e per tutto il pubblico intervenuto.

Davvero tanti gli spunti di approfondimento e la presa di coscienza del tanto lavoro che ci sarà da fare da ora in avanti; la comunicazione è fondamentale per avvicinare al vino le nuove generazioni, lo meritano il vino, chi lo fa, chi lo vende e chi ne scrive.

E mentre metto già in agenda l’Edizione 2027 e Vi invito caldamente a fare lo stesso, aspetto quel BEREROSSO che ancora manca all’appello.

Roberto Alloi

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