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WHITE OAK VINEYARDS. Uncork Abruzzo wilderness.

WHITE OAK VINEYARDS si è appena affacciata sul panorama enoico Abruzzese.

Un’Azienda giovane, due Tenute, otto etichette e un’unica missione: imbottigliare l’Abruzzo che è così com’è; fedeli alla Terra amandone più di una senza tradire nessuna.

L’AZIENDA

Otto etichette, due contrade, un’unica ostinazione: non prendere mai un ettaro in prestito da un altro.

Quando ho scoperto WHITE OAK VINEYARDS mi è tornato in mente Arturo Bandini che da ragazzo si guardava intorno cercando non un solo posto dove mettere radici, ma tanti, convinto che la vita vera fosse sparsa, non concentrata in un unico fazzoletto di terra, e che per capire chi sei devi prima aver fame in più di un posto.

Ecco, questa società agricola di Pineto, in provincia di Teramo, ha fatto della stessa convinzione un mestiere, quasi una preghiera laica: “Non coltiviamo terreni contigui alla nostra cantina” dicono, e lo dicono come una scelta di vita più che come una nota tecnica da comunicato stampa, la stessa frase, ripetuta abbastanza volte, comincia a suonare come un mantra contadino, di quelli recitati sottovoce prima di un temporale.

Il risultato è una mappa fatta di pezzi lontani tra loro, ognuno tenuto separato dagli altri come si tengono separati i ricordi importanti, quelli che non vuoi confondere per non rovinarli entrambi.

Immagina la cantina come una casa con due finestre spalancate su due paesaggi che non si assomigliano per niente: da una si vede la collina che scende dolce verso il mare, dall’altra una valle stretta tra le montagne dove il vento ha imparato a correre come chi ha fretta di arrivare da qualche parte.

Nessuna delle due finestre racconta la stessa storia, e proprio per questo tengono aperte tutt’e due.

C’è la Tenuta Fosso del Gallo, su ad Atri, dove i filari stanno in collina tra i centocinquanta e i duecentocinquanta metri e si bevono insieme la brezza di un Adriatico a manco dieci chilometri e i venti freschi che scendono dal Gran Sasso.

Un’altalena termica che di notte raffredda tutto quello che il sole ha scaldato di giorno, e che rallenta la maturazione delle uve costringendole, ora dopo ora, a costruirsi con calma invece che di fretta, come si fa con le cose a cui si tiene davvero.

Da lì escono quattro vini che di quella terra portano il nome anche quando il nome sembra un codice o uno scioglilingua da bar dopo mezzanotte: “MALA VITAE”, “ZYRAN”, “11.11”, “11.19”, ciascuno un appezzamento diverso, ciascuno una firma diversa, come se ogni filare avesse deciso di non farsi rappresentare da nessun altro.

E poi c’è, più a sud, nel cuore della Valle dell’Aterno, la Tenuta degli Scongiuri, a Tocco da Casauria, provincia di Pescara, un pezzo di mondo collegato alle alture del Gran Sasso dalle Gole di Popoli, quelle che i venti le attraversano impetuosi, quasi con rabbia, e regalano alle uve un’escursione termica decisa che poi, nel bicchiere, si traduce in un’aromaticità che non lascia scampo, di quelle che ti prendono per il bavero prima ancora che tu abbia deciso se il vino ti piace.

Il nome della tenuta viene dalla tradizione contadina vera, quella delle vecchie vestite di nero che toccavano ferro prima della vendemmia, che sputavano tre volte guardando il cielo se una nuvola sbagliata passava sopra i filari, sapendo per esperienza, non per superstizione da cartolina, che l’annata comanda e l’uomo obbedisce, sempre, comunque vada.

Da quei filari nascono altri quattro cru: “PINKNOT”, “DIASILLE”, “SCHWA”, “SON OF ABRUZZO”.

Nomi che sembrano soprannomi da bar di paese, di quelli che ti danno da ragazzo senza chiederti il permesso e che ti restano cuciti addosso per sempre, che tu voglia o no.

Otto vini, dunque, otto appezzamenti diversi, e in mezzo la geologia che fa da basso continuo prendendosi la scena silenziosamente come farebbe un Flea.

Ghiaie, calcari, acque di falda che cambiano da una contrada all’altra come cambia l’accento da un paese all’altro a distanza di venti chilometri, o come cambia il modo di salutare un vicino a seconda di che sangue hai nelle vene.

Non serve saperne il nome scientifico per sentirne il peso nel bicchiere: basta fidarsi del fatto che ogni sasso, ogni vena d’acqua, ogni cambio di quota ha lasciato un segno che nessuna cantina, per quanto brava, potrebbe inventarsi a tavolino.

Ma quello che conta davvero, qui, non è tanto raccontare ogni sasso uno per uno: è il fatto che nessuno di questi otto vini venga assemblato con uva presa altrove, mescolata per convenienza, addolcita per il mercato.

“Produciamo solo Cru da singoli vigneti”, dicono, biologico e biodinamico per principio prima ancora che per etichetta da esibire, e la frase suona quasi come un giuramento fatto a bassa voce, di quelli che non si rompono nemmeno quando converrebbe romperli, nemmeno quando l’annata è stata bastarda e avrebbe fatto comodo un taglio, un aiuto, una scorciatoia.

Fante scriveva che un uomo si riconosce dal posto dove ha fame.

WHITE OAK VINEYARDS la fame l’ha distribuita apposta su più contrade invece di tenerla tutta in un unico podere, come se avessero capito, prima ancora di piantare la prima vite, che un solo pezzo di Abruzzo non basta mai a raccontare tutto l’Abruzzo e che a volte, per essere fedeli a una terra, bisogna avere il coraggio di amarne più di una, senza tradirne nessuna.

I VINI

– COLLINE PESCARESI IGT PINOT GRIGIO RAMATO BIO “PINKNOT” 2025: NODO ROSA.

La corda rosa costa due euro al metro, e questo per Dino è già il primo errore.

Il secondo è averne comprati dodici. 

l terzo è seduto sulla sedia della cucina, legato con un nodo che nemmeno Dino saprebbe rifare, e sembra il più sereno dei tre.

Il sequestro, se così vogliamo chiamarlo, va male dalle nove di mattina.

L’ostaggio è un commercialista di Chieti che ha già chiesto due volte se può andare in bagno e una se c’è qualcosa da bere.

Dino, che nella vita lavora in un consorzio agrario e nel tempo libero fa piani, apre il frigo e ci trova una sola bottiglia: “PINKNOT”. 

“Che roba è?” chiede a Sergio, il socio che parla solo quando non serve.

“Boh. Bianco, credo. Rosa no.”

“Rosa no” sembra la frase perfetta per un sequestro con la corda rosa.

Ne versano tre bicchieri, ostaggio compreso, perché anche nei sequestri esiste un’etica del brindisi.

Il colore è di quelli che non promettono niente e per questo ti mettono in guardia.

Il naso è pulito: pera succosa, mela verde, una spremuta di lime e limone e una nota di fiori, tipo caprifoglio, che arriva tardi come il resto della banda.

In bocca è leggero, secco, senza una briciola di zucchero a complicare la situazione.

L’acidità è croccante e fa venire l’acquolina, la sapidità pizzica come una verità detta a cena, il frutto è polposo il giusto.

Il finale sa di scorza di limone, netto, ti pulisce la bocca…ma la coscienza no.

Il commercialista, con il bicchiere stretto tra due dita che Dino ha dimenticato di legare, fa notare che il nodo è fatto male.

Dino ammette di non aver mai fatto un nodo.

Sergio propone di chiamare qualcuno.

Nessuno sa chi.

Alla fine chiamano la moglie.

Dino dice che vogliono centomila euro.

Lei risponde: “Tenetevelo”.

Seguono cinque secondi di silenzio in cui si sente distintamente il frigorifero, poi il clic del telefono.

Il commercialista sospira, chiede se c’è ancora un po’ di quel vino e se, già che ci sono, si può mangiare qualcosa.

Resterà a pranzo.

Nessuno dirà più niente sul riscatto, sulla corda o sulla moglie…la forma più alta di happy ending.

“PINKNOT” è il vino giusto quando tutto si è complicato e hai bisogno di qualcosa che non complichi ulteriormente. 

Da consumare al bisogno (possibilmente senza legare nessuno).

86+ Punti.

– COLLINE PESCARESI IGT PINOT GRICIO BIO “DIASILLE” 2025: IL LIDO DEI SOSPETTI.

“Non ce l’ho con te, Gianni. È che stai in mezzo.”

Gianni, cinquantadue anni, camicia a fiori su un fisico che ha smesso di fare promesse, è in mezzo a tutto: al sole di luglio, a un ombrellone che gli fa ombra solo sul piede sinistro e a un’indagine sulla scomparsa di un pedalò.

Sì, un pedalò.

Lungomare adriatico, mare piatto come una risposta evasiva, e la faccenda si è già portata via una vedova, due bagnini e la pazienza di un notaio di Pescara.

È a quel punto che arriva la bottiglia.

La porta un ragazzino del bar con l’aria di chi sa qualcosa e non intende dirla.

È fredda, sudata, con l’etichetta che, se potesse, si staccherebbe a un angolo come uno dei raggi di Diva, la stella marina di Nemo.

“DIASILLE” dice il ragazzino, e sparisce come fanno i testimoni migliori.

Gianni ne versa un dito, per pura deontologia.

Il pedalò, intanto, resta un’ipotesi.

Da quel bicchiere, quello che gli colpisce il naso è la cosa più onesta che gli sia capitata da Giugno: pera, un colpo di ananas, agrumi, un cenno di erbe aromatiche e una spolverata di fiori, come un giardino visto da un treno che non si ferma.

Nessuna trama, nessun doppio gioco.

In bocca è leggero, ma non stupido.

L’acidità è vivace e fa il suo mestiere senza chiedere riconoscimenti, la sapidità uno schiaffetto di mare che ti costringe al secondo sorso.

Il frutto è croccante, mela verde e limone, senza un grammo di zucchero a complicare i rapporti.

È secco come le battute di un film dei fratelli Coen: dice il necessario e se ne va.

Il finale è pulito, agrumato, con un ritorno sapido che resta sulle labbra come una battuta a cui ridi con un minuto di ritardo.

Gianni ne beve un altro.

Comincia a vedere le cose con chiarezza, che vuol dire che è arrivato il momento in cui sta per sbagliare tutto.

Segue le tracce fino al molo e incrocia il notaio, che sta cercando lo stesso pedalò.

I due scoprono di essere stati assunti dalla stessa persona: un uomo che non esiste, che ha pagato in anticipo e in contanti, e che nel frattempo si è trasferito a Bolzano.

Il pedalò verrà ritrovato tre giorni dopo in un’altra provincia, con dentro un tacchino congelato. Nessuno saprà spiegare.

Nessuno chiederà.

“DIASILLE” non risolve il caso, e sarebbe scortese pretenderlo.

Fa una cosa più difficile: rende l’assenza di una soluzione perfettamente sopportabile.

Da bere in compagnia di qualcuno che non vi faccia domande.

87++ Punti.

– CERASUOLO D’ABRUZZO DOC BIO “SCHWA” 2025: LA VOCALE PIÙ PIGRA DEL MONDO.

Il telefono squilla alle 3:12 di notte, che non è mai una buona notizia e quasi sempre una questione di soldi.

Dall’altra parte c’è un cugino di Vasto che deve comunicare al professor Marchetti, docente di fonetica in un ateneo di provincia, due cose: la riunione per la cattedra è stata anticipata a giovedì, e davanti alla sua porta c’è una bottiglia.

Marchetti la recupera in vestaglia.

Sull’etichetta c’è scritto “SCHWA”, e lui ride amaro.

La schwa è la vocale più pigra dell’alfabeto, quella che esce quando non hai voglia di scegliere, il suono del «boh».

Un nome perfetto per una vita in cui nessuno ha mai deciso niente, lui compreso.

Il vino, purtroppo, non ha letto il manuale.

Nel bicchiere arriva con il colore di uno che la sa più lunga di te.

Il naso parte coi fiori, geranio e garofano, poi lampone, melograno e ciliegia, e in mezzo un verde di salvia e basilico che sta tra l’orto e il compromesso.

Sul fondo c’è una spezia sottile, come qualcuno che origlia dietro una porta.

È in bocca che Marchetti smette di dire “boh”.

C’è struttura, c’è sostanza, c’è un tannino tattile che ti prende per il bavero senza alzare la voce.

L’acidità tira dritto, la sapidità le fa da spalla e il frutto rosso ha polpa e una certa rotondità, tanto che ogni tanto ti scordi di stare bevendo un rosato. 

Il finale è lungo, pepato, con un bordo sapido che ti mette fame di maccheroni alla chitarra e voglia di dire cose che non pensavi di pensare.

Alla riunione di giovedì Marchetti si presenta con la bottiglia (mezza bottiglia) e pronuncia per la prima volta in vent’anni una vocale con convinzione.

Il comitato lo guarda come si guarda un cane che parla.

Fuori dalla finestra, lontano, si forma qualcosa che somiglia a una tromba d’aria, e nessuno ne fa parola.

La cattedra andrà a un certo Schwarz, che nessuno ha mai visto.

Marchetti scopre di non essere arrabbiato, e non sa se sia merito della vita, dell’età o del bicchiere.

Il vino, per onestà, non si prende il merito.

“SCHWA” dimostra che un nome che significa “indeciso” può contenere un vino con le idee molto chiare.

Da bere con qualcuno che sopporti le pause.

87 Punti.

– CERASUOLO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “ZYRAN” 2025: CILIEGIE SULL’ASFALTO.

Il tizio col piumino in pieno agosto non avrebbe dovuto trovarsi lì, e lo sapevano tutti, lui per primo.

“Senti, va tutto bene” ripeteva, con la faccia di uno a cui non va bene niente.

Statale adriatica, il sole è uscito dal mare da un pezzo e l’asfalto fuma.

Nel bagagliaio di una Ford Tempo del 1987 ballano una valigetta che nessuno deve aprire, una pala da neve senza alcuna spiegazione plausibile e una bottiglia di “ZYRAN”, infilata lì dal socio, quello che parla troppo, “per festeggiare dopo”.

Il socio, lo si capisce subito, non festeggerà.

Il vino sì, perché è l’unico personaggio della storia che sa esattamente cosa sta facendo.

Lo stappano in una piazzola, sotto un cartellone di materassi, mentre il piano (chiamiamolo così) si sgretola come un biscotto nel latte.

Riempie il bicchiere con un colore che ti guarda dritto in faccia e chiede chi sei tu per giudicarlo.

Il naso parte con ciliegia fresca, melograno, fragoline di bosco, poi una folata di petali di rosa.

“Sa di fiori?”

“Sa di fiori, sì.”

Per quindici secondi nessuno dei due pensa più al riscatto.

È in bocca che la trama cambia.

L’acidità è tesa come il filo di una trappola: ti drizza la schiena e ti toglie la voglia di lamentarti. 

La sapidità ti obbliga al secondo sorso, il tannino è appena una stretta di mano, quella di un contadino che non ti conosce ma decide di fidarsi.

Sotto c’è un pizzico di pepe, una rusticità onesta che tiene a bada tutto quel po’ po di grazia.

Non è un rosé da aperitivo in costume da bagno e nemmeno un rosso travestito, è quella terza cosa di cui in Abruzzo sono sempre stati gelosi.

Il finale è pulito, con un ricordo di agrume e di roccia bagnata che resta lì, come un testimone che non parla.

Intanto, in lontananza, una sirena.

Non è per loro, è per un camion di cocomeri ribaltato tre chilometri più avanti.

Il tizio col piumino si mette a ridere, poi a piangere, poi chiede se ce n’è ancora.

Ce n’è.

Ecco cosa fa “ZYRAN”: prende un pomeriggio andato storto e lo raddrizza quel tanto che basta a non combinare altre sciocchezze.

Almeno fino alla prossima.

Da bere in compagnia di gente di cui vi fidate il giusto.

88– Punti.

E QUINDI?

E quindi, intanto GRAZIE a WHITE OAK VINEYARDS (expecially nella figura di Claudio) per avermi fatto conoscere non tanto un nuovo pezzo di quell’Abruzzo che, ogni giorno che passa, credo sia più corretto chiamare “Abruzzi” (come quando, fino al 1963, era legato amministrativamente al Molise) stante la diversità di espressioni che il vino riesce a regalarci, quanto una nuova realtà produttiva che ha ben chiaro come queste diverse espressioni debbano essere valorizzate singolarmente per dare lustro al luogo e a chi è riuscito a metterlo in bottiglia.

WHITE OAK VINEYARDS è appena nata, ma guarda già lontano.

Roberto Alloi

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