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BEREBIANCO 2026. La masterclass #1

IL COSA E IL DOVE

Lo scorso 23 maggio i rinnovati ambienti del Grand Hotel PALATINO di Roma hanno ospitato la quarta edizione di BEREBIANCO, l’evento organizzato da CUCINA & VINI che, con ostinata passione, continua a raccontare un’Italia dei vini bianchi diversa da quella più comoda e rassicurante del “vino d’annata”.

Perché il nostro Paese sa esprimere, da Nord a Sud, grandi bianchi destinati all’evoluzione: vini che non temono il tempo, ma anzi lo cercano, lo attraversano, guadagnando profondità, complessità e quel fascino unico che solo le bottiglie mature sanno regalare.

Eppure questi tesori rimangono spesso nascosti, patrimonio quasi segreto di pochi estimatori illuminati, ingiustamente assenti o relegati in fondo alle carte dei vini anche nella migliore ristorazione italiana.

BEREBIANCO è molto più di una semplice degustazione, è una vetrina coraggiosa, un invito esplicito a cambiare prospettiva.

Un viaggio affascinante e necessario attraverso quell’Italia bianchista che ancora troppi considerano “seconda”, ma che in realtà custodisce storie di territori, di vignaioli testardi e di bottiglie capaci di confrontarsi ad armi pari con le più blasonate espressioni internazionali.

Un’occasione per rallentare, per annusare, assaggiare e capire che il tempo, nel vino come nella vita, non è un nemico ma il più raffinato degli alleati.

LA PRIMA MASTERCLASS

Oltre 50 aziende da tutta Italia e più di 150 grandi vini in degustazione libera.

Questa la tavolozza di identità territoriali, dal Piemonte alla Sicilia, passando per Valle d’Aosta, Liguria, Alto Adige, Friuli, Marche, Campania e oltre proposta ai partecipatissimi banchi d’assaggio.

Ma parallelamente al walk-around tasting c’erano cinque masterclass dedicate alle vecchie annate che hanno permesso ai partecipanti di toccare con mano cosa significa davvero “evoluzione”.

Assaggi verticali, orizzontali, fors’anche diagonali che raccontavano come il tempo trasformi il vino, lo affini, lo renda più profondo, più vero.

Nella prima 6 vini da 6 Aziende diverse, da 6 regioni diverse e di sei annate diverse.

Uno zigzagare da Sud a Nord, attraversando il nostro stivale e quattordici vendemmie.

Una masterclass che non ha un tema specifico se non quello dell’attesa, del tempo che scorre, lavoratore silenzioso per il nostro edonismo.

Nei racconti di chi il vino lo fa si leggono passione, impegno, fatica, voglia di comunicare il territorio e prodotti che sanno di un qualcosa che va meritato.

I Vini bianchi possono raccontare memorie di anni che abbiamo dimenticato?

Quelli di questa masterclass sicuramente si, gli altri aspettano la vostra curiosità.

Date una letta alle mie personali note d’assaggio e chiedeteVi: “cosa ho fatto nel 2022? E nel 2009?…”

– FIANO DI AVELLINO DOCG “DESMOS” 2022 RISERVA, ANTICA HIRPINIA (CAMPANIA): si apre al naso con eleganza e complessità rivelando abbagli di ginestra e agrumi maturi che sono quasi scorza candita, dolcezze succose di pesca gialla e graffi amaricanti di salvia, finocchietto selvatico e mandorla fresca con quella vaniglia di fondo che, per quanto rimandi alla nobiltà del baccello cozza un po’ con la terragna mineralità del vulcano.

L’incipit gustativo è fresco e incisivo e la sapidità irpina si fa largo con autorità, rendendo leggiadra la sostanza della frutta matura.

Il legno c’è.

È una carezza, ma data con mano che si sofferma quel “di più” che avrei preferito non ci fosse.

Lungo il finale nel quale agrumi e mandorla duettano piacevolmente

Un Fiano che racconta di legami profondi.

“DESMÓS” non è solo un nome, è un filo che unisce una madre bicentenaria alle figlie e all’Irpinia.

Forse troppo GGiovane.

Per ora me ne sto in finestra e l’aspetto tra qualche anno.

86++ Punti

– VENEZIA GIULIA IGT “BRAIDE ALTE” 2021, LIVON (FRIULI VENEZIA GIULIA): 

Ci sono etichette che attraversano le mode senza mai perdere centralità.

“BRAIDE ALTE” appartiene a questa ristretta categoria.

Un vino che negli anni ha saputo costruirsi un’identità precisa, riconoscibile, trovando nella misura il proprio tratto distintivo.

L’annata 2021 si presenta con un naso di bella compostezza, dove la maturità del frutto non sfocia mai nell’eccesso; pesca bianca, cedro, fiori gialli e leggere sfumature aromatiche si rincorrono in una trama olfattiva sfaccettata, arricchita da richiami speziati e da una sottile vena minerale che emerge con gradualità.

Più che per impatto, convince per profondità.

E il sorso segue la stessa direzione.

Ampio nell’ingresso, trova rapidamente equilibrio in una freschezza ben calibrata che ne sostiene lo sviluppo, a materia è ricca ma mai ridondante, attraversata da una sapidità progressiva che conferisce ritmo e definizione.

Ed è proprio nella dinamica gustativa che il vino esprime il suo lato migliore, non mette mai in mostra i muscoli, piuttosto racconta di una continua tensione tra volume e slancio.

La chiusura è lunga, precisa, scandita da ritorni agrumati e da una persistenza salina che invita immediatamente al sorso successivo.

Un bianco che sembra aver abbandonato ogni tentazione esibizionista per concentrarsi sull’essenziale: equilibrio, leggibilità e capacità di evolvere nel bicchiere.

Questa 2021 non è forse l’annata della massima opulenza, semmai quella della maturità.

E spesso, nel vino come altrove, è proprio la maturità a rendere le cose più interessanti.

89–Punti.

– VERMENTINO DI GALLURA DOCG “DEDICATO” 2020, SARAJA (SARDEGNA): olfatto generoso ma mai sopra le righe nel ricordarci pera matura, mela verde, cedro, pompelmo, i fiori bianchi…quella nota erbacea di intrichi di macchia mediterranea, timo e rosmarino che fa tanto Gallura.

La mineralità arriva poi e, inarrestabile, porta l’odore del granito bagnato, del sale, dello iodio di un mare che è nell’aria anche quando è lontano dagli occhi.

In bocca ha struttura ma non pesantezza.

Il sorso è uno sferico equilibrio di acidità, sapidità e morbidezze gliceriche.

Coinvolge e non appaga, stimola, invita a un altro bicchiere e quel finale ammandorlato…

Un calice di granito e maestrale che non si limita a interpretare il Territorio ma lo celebra, lo scolpisce, lo rende memorabile.

89 Punti.

– CAPRIANO DEL COLLE BIANCO DOC SUPERIORE “OTTEN 3” 2018, CANTINA SAN MICHELE (LOMBARDIA): lo guardi di traverso e capisci subito che è un vino che sfugge con una certa naturalezza alle categorie.

Non tanto per originalità ricercata o per scelte stilistiche estreme, quanto perché sembra seguire una traiettoria propria, riconoscibile e difficilmente assimilabile ad altro.

È un vino che non cerca mediazioni e che, proprio per questo, divide.

Affascina profondamente o lascia perplessi, raramente suscita indifferenza.

Di questa 2018 il tempo ha smussato gli spigoli senza intaccarne il carattere, permettendo al vino di esprimersi attraverso un linguaggio fatto di dettagli, richiami e continue sfumature.

Il quadro aromatico si sviluppa lentamente, alternando suggestioni agrumate, cenni balsamici, erbe officinali e una componente minerale che emerge con crescente evidenza man mano che il vino prende aria.

In bocca il racconto cambia poco.

Non c’è ricerca dell’impatto immediato né volontà di conquistare attraverso la sola ricchezza materica.

Il sorso procede dritto e inesorabile, seguendo una traiettoria precisa dall’attacco fino alla chiusura. Freschezza e sapidità si rincorrono senza mai prevalere l’una sull’altra, costruendo una progressione che trova nella continuità il proprio elemento distintivo.

La persistenza è lunga, quasi meditativa, capace di lasciare una traccia più emotiva che aromatica. Ed è probabilmente qui che risiede la sua essenza, è un vino che chiede partecipazione, che non si limita a essere bevuto ma pretende di essere interpretato.

Più che un esercizio di stile, una dichiarazione d’identità.

E come tutte le identità forti, non nasce per mettere tutti d’accordo.

Il punteggio?

Difficile assegnargliene uno…magari 88, o forse 85.

In fondo, che importa…assaggiatelo!

– ALTO ADIGE VALLE ISARCO KERNER DOC “GALL” 2015, GRIESSERHOF (ALTO ADIGE): si mostra al naso con un carattere schietto e montanaro.

Note fumose leggere, quasi di pietra focaia e legna bagnata dalla guazza mattutina, si fondono a una frutta importante e matura che sottolinea pesca gialla, albicocca sciroppata e mela cotogna.

Poi è il “Mr. Hyde” del Riesling ad avere la meglio sul “Dr. Jekyll” della Schiava Grossa, con quell’idrocarburo tagliente, quel petrolio nobile e minerale che arriva con l’età e dà complessità senza appesantire mentre sfumature di erbe alpine, resina e un tocco di fumo di camino spento chiudono il cerchio.

In bocca è snello e diretto, quasi affilato, figlio della quota e dei vigneti più a N d’Italia.

L’acidità è vibrante e nervosa, la frutta presenza e sostanza, la mineralità morenica…

Salata e minerale la chiusura, accompagnata da ritorni erbacei che invogliano al secondo sorso.

Un Kerner che sa di fatica e ristoro, di “ronchie” liberatorie dopo lunghe sequenze di tacche sfuggenti, di un buon chiodo che fa tirare il fiato dopo averlo trattenuto per troppi metri sprotetti, di cime che sembrano allontanarsi e del premio di un panorama.

p.s. Tappo Stelvin perché…perché si!

89+ Punti.

– LACRIMA CHRISTI DEL VESUVIO DOC BIANCO “VIGNA DEL VULCANO” 2009, VILLA DORA (CAMPANIA): il naso è un viaggio nelle viscere del Vesuvio.

Al naso è un viaggio nelle viscere del Vesuvio.

Si apre lasciando subito un’idea di smalti e vernici stese su antichi legni nobili mescolata a misteri vulcanici che salgono dal profondo.

La sua è una mineralità affilata, fumé, quasi sulfurea nella sua purezza lavica.

Non dichiara apertamente l’età ma lascia che annusiate un ché di faticosa risalita lungo i pendii, di terra che ha lavorato a lungo prima di concedersi.

Il frutto alza timidamente la testa, concedendo buccia di cedro, mandarino e albicocca disidratata per poi ritrarsi, quasi intimidito, dietro le nebbie cinerine.

A quel punto il bicchiere si apre come un libro da sfogliare con rispetto, paragrafi di miele di castagno, di menta e finocchietto selvatico, di salvia essiccata, un tocco di resina, fiori bianchi appassiti e un sottofondo di tè nero.

C’è un’eleganza austera, una complessità stratificata che non si concede subito, ma che premia chi sa aspettare.

È il naso di un vino che sa di provenire dalle viscere della terra, figlio di lava raffreddata e di tempo paziente.

In bocca è rivelazione.

L’attacco è ricco, quasi carnoso, eppure sorretto da un’acidità vibrante e da una sapidità marina che taglia come lama affilata.

Il frutto, evoluto ma integro, racconta pesca gialla matura, albicocca, cedro candito e un tocco di mandorla fresca, mentre la mineralità vulcanica torna prepotente, allungando il sorso in maniera impressionante.

Il finale è lunghissimo, teso, sapido, con echi affumicati e una chiusura ammandorlata di grande pulizia e nitore.

Il tempo, a volte, non aggiunge, rivela.

E oggi, a distanza di diciassette anni dalla vendemmia, avete davanti un bicchiere che parla di lava e di mare, di pazienza contadina e di quel tempo lento che solo certi grandi bianchi campani sanno interpretare con tanta dignità e profondità.

Un vino che racconta come il tempo possa diventare parte integrante del linguaggio del bicchiere, senza mai sovrastarne la voce originaria.

Un incontro che lascia il segno.

92 Punti, forse.

E QUINDI?

E quindi niente…

Intanto GRAZIE a CUCINA & VINI per avermi ospitato ancora una volta e a tutti i Produttori che, oltre alla fatica e al sudore, hanno voluto dedicare anche tempo e parole ai vini che ci hanno raccontato in questo bel pomeriggio.

E mentre ringrazio anche Voi per aver avuto la pazienza di leggermi fino a qui, Vi do appuntamento alla prossima settimana per raccontarVi ancora storie di tempo e di bottiglie.

Roberto Alloi

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