
IL COSA E IL DOVE
Come accennatoVi la settimana scorsa, nell’ambito del FALSTAFF WHITE WINE PARTY che l’omonima rivista ha organizzato a Roma lo scorso 23 Giugno, a contorno dei numerosi banchi d’assaggio, si sono tenute tre masterclass dedicate rispettivamente all’Albana di Romagna, al Soave e al Gewürztraminer.
Qui, oggi, Vi racconto la prima di queste, quella che ha raccontato un vitigno che ha saputo attraversare la Storia a testa alta, che ha conosciuto fasti, rischiato l’oblio e che oggi, sfida il mondo del vino con un’energia che molti altri vorrebbero avere.

L’ALBANA DI ROMAGNA
L’Albana è uno di quei vini che sembrano aver attraversato i secoli senza mai perdere il filo della propria identità, anzi, forse è proprio il tempo ad averle restituito il ruolo che le spetta.
Per anni è stata raccontata attraverso un’immagine incompleta, quasi cristallizzata nella memoria collettiva come il vitigno del “doppione” a tavola e dei passiti romagnoli, custode di una tradizione nobile ma confinata in un perimetro ristretto.
Oggi quello stesso patrimonio è diventato il punto di partenza di una rinascita che ha pochi eguali nel panorama italiano.
Non è un caso che proprio l’Albana sia stata, nel 1987, il primo vino bianco italiano a ottenere la DOCG, un riconoscimento storico che allora sembrava certificare un traguardo e che invece, col senno di poi, rappresentava soltanto l’inizio di un percorso molto più lungo, perché i grandi vitigni non vivono di medaglie, ma della capacità di essere reinterpretati da ogni generazione senza tradire la propria natura.
La Romagna ha impiegato tempo per rileggere l’Albana con occhi nuovi, ha dovuto liberarla da una certa retorica produttiva, abbandonare la ricerca della semplice opulenza aromatica e imparare ad ascoltare quello che il territorio suggeriva.
I gessi della Vena del Gesso Romagnola, le marne, le arenarie, le argille che si rincorrono lungo le colline tra Imola e Bertinoro, tra Faenza e Castrocaro, hanno iniziato a parlare con maggiore chiarezza attraverso un vitigno che possiede una qualità rara, quella di trasformare la materia del suolo in energia gustativa.
L’Albana non concede molto a chi cerca scorciatoie.
La sua buccia spessa, la naturale ricchezza fenolica e l’acidità spesso più severa di quanto il colore dorato lasci immaginare, chiedono decisioni precise sia in vigneto sia in cantina.
È un’uva che pretende equilibrio, perché basta poco per renderla pesante o, al contrario, privarla della sua profondità.
Quando invece tutto trova armonia, restituisce vini che uniscono volume e tensione, struttura e dinamismo, calore mediterraneo e sorprendente verticalità.
È forse questa la cifra più contemporanea dell’Albana, non la ricerca dell’effetto, ma quella della precisione.
Sempre più produttori scelgono fermentazioni spontanee, affinamenti sulle fecce fini, contenitori neutri, cemento, grandi botti o anfore, con l’obiettivo di lasciare emergere il carattere del vitigno piuttosto che modellarlo secondo schemi prestabiliti, altri continuano a utilizzare con intelligenza il legno, senza trasformarlo in protagonista.
Le differenze stilistiche sono molte, ma condividono una stessa direzione: sottrarre anziché aggiungere.
Il risultato è un mosaico sorprendentemente ricco.
Esistono Albana tese e saline, quasi nordiche nella loro progressione, altre più mediterranee, ricche di polpa e di agrume maturo, versioni macerate che valorizzano la naturale vocazione tannica dell’uva senza scadere nell’eccesso, passiti che mantengono intatta la loro autorevolezza e dimostrano come la dolcezza possa ancora essere sinonimo di complessità e longevità.
È la dimostrazione di quanto questo vitigno sia molto meno monolitico di quanto si sia creduto per decenni.
La modernità dell’Albana non nasce quindi dal desiderio di assomigliare ad altri bianchi, ma dalla capacità di essere profondamente sé stessa.
In un momento storico in cui il mercato sembra premiare vini immediati, aromaticamente espliciti e facilmente riconoscibili, l’Albana continua a richiedere attenzione.
Non cerca consenso istantaneo, preferisce costruire un dialogo fatto di sfumature, di ritorni al bicchiere, di evoluzioni che cambiano con l’ossigeno e con il tempo.
Anche la tavola sembra aver riscoperto questa sua natura.
La ricchezza della cucina romagnola trova nell’Albana un alleato naturale, ma il suo profilo gastronomico va ben oltre i confini regionali.
La trama fenolica, la sapidità e una struttura fuori dall’ordinario per un bianco italiano le consentono di affrontare piatti complessi, preparazioni speziate, lunghe cotture di pesce, carni bianche e formaggi stagionati con una sicurezza che pochi altri vitigni riescono a esprimere.
Dietro questa nuova stagione c’è una generazione di vignaioli che ha scelto di non rincorrere mode effimere, ma di approfondire la conoscenza del proprio patrimonio.
Il lavoro sulla biodiversità clonale, sulla gestione agronomica, sulle fermentazioni meno interventiste e sulla valorizzazione delle singole sottozone sta progressivamente costruendo un’identità più definita.
un processo ancora in corso, ed è forse proprio questo il suo aspetto più interessante, l’Albana non è arrivata, sta arrivando.
La sua forza risiede nell’essere rimasta fedele alle proprie radici mentre cambiava linguaggio.
Ha conservato il carattere, la generosità, quella lieve ruvidità che ne costituisce il fascino, ma oggi li esprime con maggiore eleganza e precisione.
La tradizione non è stata archiviata, è diventata materia viva, reinterpretata senza nostalgie e senza forzature.
Così l’Albana di Romagna si presenta oggi come uno dei progetti più convincenti della viticoltura italiana, non perché insegua una rivoluzione, ma perché dimostra che il futuro può nascere da una memoria ben custodita.
Ogni bottiglia racconta una terra che ha finalmente imparato a riconoscere il valore del proprio vitigno simbolo, trasformando un’eredità antica in una delle espressioni più autentiche del vino contemporaneo.

LA MASTERCLASS
Condotta con piglio e dinamicità da Othmar Kiem (Direttore di FALSTAFF Italia) e Filiberto Mazzanti (Direttore del Consorzio Vini di Romagna) ha messo sul piedistallo un vitigno di non comune versatilità, raccontandone la Storia, le storie, i fasti, i periodi bui, l’oggi e il domani.
Otto vini da otto cantine.
Otto Albana “secche” dell’annata 2025 per evidenziare le diverse cifre stilistiche dei singoli Produttori e raccontare la Storia del vitigno da otto prospettive differenti.
Nelle mie parole le impressioni di assaggio di chi, pur conoscendo “abbastanza” l’Albana, non smette mai di rimanerne affascinato.

– ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “BIANCO DI CEPARANO” 2025, FATTORIA ZERBINA: flirta con l’eleganza tagliente di uno Chablis e la vibrante aromaticità di un Riesling, pur mantenendo salde le radici nella sua terra d’origine.
Un Albana che, come un viaggiatore curioso, ha assorbito influenze lontane per poi tornare a casa, arricchito e più consapevole della propria unicità.
E mentre tra erba e menta si fa strada il pompelmo e s’accenna la pesca bianca, sale il ritmo imposto da gelsomino e ginestra.
È un Albana che si è fatto secco, che ha asciugato le sue dolcezze per rivelare una verticalità inaspettata, un sorso elettrico, sapido, iodato che Vi lascia con il dubbio di una pesca da Sauvignon.
Un vino che richiede attenzione, mente aperta e un pizzico di sana irriverenza.
Come un’opera d’arte contemporanea, ti provoca, ti interroga, ti spinge a superare i tuoi preconcetti per ripagarti con un’esperienza che va oltre il semplice assaggio.
Un vino tra tradizione e innovazione, tra la Romagna e la Loira, tra il passato e un futuro ancora da scrivere, tra un pugno nello stomaco e una carezza al cuore.
87– Punti.

– ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO 2025, CA’ DI SOPRA: non sembra cercare il consenso immediato.
È un atto di resistenza elegante.
Il naso è un’entrata a gamba tesa, un profilo aromatico che evoca frutta a polpa gialla matura, note floreali di mandorlo in fiore e un sentore minerale che sa di terra e di storia.
Non è solo un profumo, è un racconto che si dipana, un viaggio tra i ricordi di una passeggiata in un frutteto romagnolo baciato dal sole.
In bocca, la maturità e l’energia si confrontano in un sorso che avvolge il palato senza mai stancare.
Il tempo ha modellato la materia senza addomesticarne il carattere, lasciando intatta la sua autenticità.
Il sorso procede senza strappi, con una traiettoria morbida e continua, quasi a scomparire per poi riaffiorare, pochi istanti dopo, cavalcando una scia salina che rimane impressa come il ricordo di una giornata d’inverno vicino al mare.
È un vino che non si preoccupa di raccontare il tempo trascorso, ma piuttosto quello che ha ancora davanti, promettendo un’evoluzione che sarebbe sciocco ritenere compiuta.
86++ Punti.

– ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “FRANGIPANE” 2025, TENUTA LA VIOLA: naso invitante e raffinato che sciorina fiori bianchi e acacia, f mela golden e pera, tocchi di pesca e albicocca.
Poi quel velo di timo e quel respiro di salvia che portano una nota marina, sapida e mediterranea “irrustichita” da un’idea di oliva.
In bocca colpisce il contrasto tra l’opulenza del grado alcolico e la sferzante acidità condita da una trama leggermente tannica che dona profondità e lunghezza senza appesantire.
Sapido, minerale, con ritorni di frutta croccante, mandorla fresca e un finale pulito, teso, che invita a bere ancora.
Non è un bianco da meditazione eterna, ma un compagno di tavola sincero
un bianco che profuma di Romagna vera, di tradizione rinnovata e di bottiglie da finire con il sorriso.
87++ Punti

– ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “I CROPPI” 2025, CELLI: il tappo esce con un sospiro soddisfatto e subito sale un profumo che ti prende per la collottola e ti porta dritto tra i filari.
Pesca gialla matura, albicocca appena colta, un tocco di fiori bianchi di sambuco e quella nota di mandorla fresca che l’Albana sa regalare quando è in forma.
C’è il mare dietro, quello che arriva col vento e tiene svegli i vigneti.
Ci sono il calcare e l’argilla che parlano in sottofondo, ma soprattutto c’è il sole romagnolo, generoso, quasi sfacciato, che qui non si limita a maturare: scolpisce.
Il sorso è una carezza decisa.
Entra morbido, quasi avvolgente, poi l’acidità arriva come un vento di tramontana e rimette tutto in ordine.
C’è struttura ma soprattutto bevibilità, frutta matura, erbe aromatiche, un leggero tocco minerale e un finale lungo e pulito.
Se solo avesse un po’ più di “cazzimma”…
85 Punti.

– ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO 2025, ZAVALLONI: il naso è un’esplosione controllata nella quale gelsomino e ginestra si intrecciano a note di pesca gialla, albicocca matura e un tocco agrumato di cedro e arancia bionda.
C’è una mineralità sottile, quasi gessosa, che ricorda le rocce delle colline romagnole, e un fondo aromatico di mandorla fresca e miele d’acacia che non stanca mai.
È un bouquet potente ma elegante, di quelli che ti invitano ad affondare il naso più volte, scoprendo sempre un nuovo dettaglio.
In bocca arriva con una pienezza inaspettata per un secco.
L’attacco è fresco, quasi croccante, sorretto da un’acidità viva che pulisce e rinfresca.
Poi il corpo si distende regalando sapidità minerale e una leggera nota mandorlata sul finale con una persistenza che invita a un altro sorso.
Non è un vino leggero e sfuggente, ha nerbo, ha personalità, ha quella “stoffa romagnola” che unisce generosità e precisione.
È il vino che parla della Romagna operosa, appassionata, orgogliosa della propria anima, è un bianco che emoziona, che ha identità, che si beve con piacere e si ricorda con affetto
88 Punti

– ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO 2025, COLOMBARDA: un naso che non si perde in giri di parole regalando subito le mediterranee, vegetali aromaticità di salvia e rosmarino, salvo poi lasciarsi andare nelle morbidezze di pesca gialla matura e albicocca con un tocco ossidativo delicato che sa di fieno appena tagliato e fiori di campo.
Si, profuma di Romagna, di terra, sole e sassi scaldati ma…quella frutta esotica…
In bocca è colpo di frusta da domatore di circo.
Entra fresco, quasi teso e poi sorprende con la struttura.
Alcol integrato, sapidità vivace, tannini raffinati che asciugano e ravvivano e una chiusura abbastanza lunga giocata tra mandorla fresca ed erbe aromatiche.
Un cavallo selvaggio ancora restio a galoppare nella giusta direzione.
85- Punti

– ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “DUTIA” 2025, BRANCHINI: al naso propone il maturo di pera, susina e un tocco di mela golden per poi distendersi in una atmosfera rinfrescata da erbe aromatiche, con l’aneto a emerge trionfante, quasi a ricordare che questa è terra di sapori netti, di orto e di mare.
C’è una nota floreale gentile, un filo di zafferano che accenna eleganza senza strafare, e quel fondo minerale che parla di suoli generosi eppure precisi.
In bocca non è niente più di quello che promette: equilibrio tra morbidezza e acidità vibrante, corpo snello ma profondo, sapidità che ti accompagna senza mai stancare.
Un vino dinamico, moderno nell’interpretazione eppure profondamente radicato nella tradizione dell’Albana in purezza.
Rifugge complessità barocche scegliendo la semplicità della beva.
86– Punti.

– ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “VITALBA” 2025, TRE MONTI: nel calice il colore è premio, il profumo ricompensa.
Un inno alla frutta esotica matura, all’albicocca disidratata che si mescola a sentori di erbe officinali, timo e ginestra.
E poi respiri di zafferano, miele di castagno, scorza d’arancia candita e quel tocco di zenzero e tabacco che arriva solo quando il vino decide di aprirsi davvero.
Il sorso procede dritto, senza esitazioni, sostenuto da una trama tannica che è ricamo e forsanche graffio.
Un incedere elegante e sapido, che non cerca lo scatto bruciante ma la progressione infinita.
È pura luce solare liquida, che si srotola generosa tra onde di pesca succosa e mela cotta al forno, chiudendo con un finale lungo e ammandorlato nel quale ritrovi un intrigante ricordo di arancia amara che ti invita a ricominciare il giro.
Un vino che ci ricorda che la qualità non è una destinazione, ma un viaggio che richiede coraggio e un pizzico di sana follia.
Un inno alla pazienza, un elogio dell’attesa.
Uno scappellotto a chi crede che il vino si faccia solo con la tecnologia, un applauso a chi lascia che la natura faccia il suo corso, tra le pareti porose della terracotta, per cento giorni e oltre.
Il punteggio?
Quantomeno divisivo.
Personalmente, seguendo il cuore, gli darei 90 Punti ma…assaggiatelo e fatemi sapere.

E QUINDI?
E quindi GRAZIE a FALSTAFF Italia e al Consorzio Vini di Romagna per aver voluto e saputo mettere al centro dell’attenzione l’Albana di Romagna, accendendo uno spot su un vitigno spesso ignorato nelle carte dei vini, nelle parole di chi di vino scrive e nei discorsi dei winelovers.
È stata l’occasione per capire una volta di più che la Curiosità deve costantemente essere l’ago della nostra bussola e che, dietro l’angolo, c’è un inaspettato che sa regalare emozioni sempre nuove e spunti di approfondimento e conoscenza.
