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A casa di VILLA SIMONE. FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FALCONIERI” (la verticale).

IL COSA E IL DOVE

Cronaca semiseria di una giornata a VILLA SIMONE: si parte con la scusa di “capire il territorio”, si finisce a parlare di Frascati come se lo si fosse scoperto ieri, quando in realtà è sempre stato lì, sotto il naso di tutti.

La verità è che il Lazio del vino sta vivendo una specie di seconda giovinezza: niente magie, solo gente che ha deciso di prendere sul serio quello che ha tra le mani.

E nel caso di Frascati, parliamo di un terroir mica banale, suoli vulcanici, escursioni termiche giuste, vigne che sanno il fatto loro.

A fare da Virgilio c’è Lorenzo Costantini, che a VILLA SIMONE gioca in casa e non ha bisogno di inventarsi nulla: conosce ogni zolla di terra e la racconta senza troppa retorica, con la sicurezza di chi la lavora da sempre.

L’occasione è una degustazione con un certo peso specifico: nel bicchiere arriva il “VIGNETO FALCONIERI”, l’ultimo arrivato, un Cru nato non per fare numero ma per dire la sua (e magari anche alzare l’asticella della Docg Frascati).

Il risultato?

Un vino che non ci tiene a fare il simpatico a tutti i costi (magari un po’ si) ma punta dritto a rappresentare il territorio per quello che è.

Insomma, uno di quelli che mentre lo bevi capisci che dietro c’è un’idea precisa (e pure realizzata bene).

IL VULCANO LAZIALE          

Seicentomila anni di storia, quasi duemilamentri di altezza, il collasso centomila anni fa (quando si formarono i laghi di Albano e Nemi), venticinquemila anni fa le ultime attività eruttive, uno stato di attuale quiescenza che ci fa vivere ragionevolmente tranquilli (o preoccupati), oltre duecentoottantachilometricubi di materiali emessi nel corso di tre fasi eruttive (ceneri, tufi, lahar, lave…), sessantottochilometri di diametro.

Questi i numeri del Vulcano Laziale, un edificio fondamentale per la viticoltura dei Castelli Romani (e non solo) snocciolati con dovizia di particolari da un Lorenzo che non avrebbe sfigurato all’esame di vulcanologia e che dimostra di conoscere come pochi il Territorio, il suolo nel quale affondano le radici delle sue viti, il tufo che custodisce l’acqua, i venti che si incanalano nella Valle del Tevere e accarezzano i grappoli, il ponentino che smuove le foglie e asciuga il sudore della schiena.

Sul Vulcano la vite non soffre, cresce libera, adatta al clima, fedele alla sua terra da millenni.

VILLA FALCONIERI

C’è un luogo dove il tempo si stratifica come il tufo dei suoi colli, dove la terra porta impresso il respiro del tempo e il vento racconta storie antiche di vite e viti.

Frascati è il cuore dei Castelli Romani e al suo centro s’innalza Villa Falconieri, custode di segreti millenari e madre di un vigneto che parla con la voce dei secoli.

Le sue fondamenta poggiano su una villa romana, silenziosa testimone di imperatori, patrizi e contadini.

È la più antica tra le dodici Ville Tuscolane e ogni sua pietra racconta le mani che l’hanno costruita, ampliata, adornata.

Nata come Villa Rufina, nel 1546 Papa Paolo III Farnese volle che la ingrandissero e muri, sale e logge sorsero come un canto di marmo e luce.

Nei secoli successivi famiglie nobili se la passarono di mano in mano fino a quando Orazio Falconieri nel 1628 volle trasformarla in dimora e simbolo del suo nome.

Antonio da Sangallo il Giovane e Francesco Borromini misero la loro arte al servizio delle sue forme, e importanti pittori ne affrescarono le pareti di miti, virtù e gloria.

Nel 1733 i suoi giardini e i terreni circostanti cambiarono pelle e la vite cominciò a serpeggiare tra le colline promettendo frutti che raccontassero il sole, la pioggia e il tufo (una stampa della metà dell’800 rappresenta chiaramente la pianta della Villa con gli uliveti e il vigneto che la circondano).

Poi vennero i tempi turbolenti.

Nel 1907 il barone Ernst Mendelsshon-Bartholdy ne occupò le stanze e la sua storia si intrecciò poi con quella del Kaiser Guglielmo II.

Confiscata ai tedeschi al termine del primo Conflitto Mondiale ospitò Istituti Culturali e Ministeri fino a quando nel 1941 il generale Kesselring non la volle sede di quel comando militare tedesco che motivò il bombardamento del 1943 che lasciò cicatrici indelebili nel suo corpo e nel tessuto urbano di Frascati.

Restituita allo Stato italiano nel 1959 sopravvisse come silenziosa testimone della memoria (priva però delle zone agricole circostanti, cedute a privati e ben presto riassorbite dagli intrichi del bosco) e dal 2016 ospita l’Accademia Vivarium Novum che promuove lo studio delle lingue classiche e riempie nuovamente di memorie antiche i suoi corridoi.

LA FAMIGLIA COSTANTINI E VILLA SIMONE

La famiglia Costantini arriva dalle Marche, precisamente da Passo Sant’Angelo, dove una volta si faceva Rosso Piceno senza troppi fronzoli ma con tanta sostanza.

Poi la storia prende una piega meno romantica: nel 1936 il fondatore viene a mancare e iniziano anni duri, di quelli in cui più che parlare di vino si pensa a mettere qualcosa nel piatto.

A un certo punto Piero e Armando capiscono che lì si tira avanti ma non si cresce, quindi fanno le valigie e puntano su Roma, lasciandosi dietro vigne e ricordi.

Nella Capitale si arrangiano come possono, finché non trovano la loro strada tra bottiglie e lattine d’olio: prima un negozio, poi un’enoteca, e infine il colpo grosso del 1972 in una Piazza Cavour destinata a diventare un punto fermo per chi il vino lo prende sul serio (ma senza prendersi troppo sul serio).

Intanto Piero ogni tanto torna alle origini e si toglie pure qualche soddisfazione: il suo ROSSO PICENO “LA TORRACCIA” 1968 finisce addirittura tra i migliori 100 vini del mondo secondo Luigi Veronelli.

Non proprio l’ultimo arrivato, insomma.

Poi entra in scena Lorenzo, che invece di stare alla larga da viti e trattori ci si butta a capofitto con l’entusiasmo di un ragazzino, vendemmia compresa.

Studia, “gira…vede gente…si muove…conosce…fa cose” (cit.), fa esperienza un po’ ovunque (California compresa) e costruisce passo dopo passo il suo modo di vedere il vino: meno teoria e più sostanza nel bicchiere.

Nel frattempo nasce VILLA SIMONE, nei Castelli Romani, terra vulcanica vera, di quella che ti sporca le scarpe e dà carattere anche al vino.

Lorenzo ci torna definitivamente nel 2006, qualche sgomitata all’inizio poi trova il suo spazio e infine…il timone passa a lui.

Oggi porta avanti l’azienda con la famiglia, senza troppi proclami ma con le idee chiare: qui la Malvasia del Lazio (Puntinata per gli amici) non è una comparsa, ma la protagonista e su questi terreni regala fuori vini che non fanno solo scena, ma raccontano qualcosa.

In sostanza: meno poesia declamata e più verità nel bicchiere (che poi, detto da me che scrivo solo parole) è quello che conta davvero 

IL VIGNETO FALCONIERI

Fu lo zio di Lorenzo (Piero) a intuire per primo il valore di un francobollo di terreno compreso a pochi passi dal centro di Frascati.

Qui, all’inizio del secolo scorso sorgeva un vigneto, poi sostituito da un uliveto che, vittima della gelata del 1985 e lasciato in stato di totale abbandono, divenne presto rifugio di sbandati.

La sua messa all’asta nel 1998 sembrò coronare il sogno di Piero ma…SEMBRÒ!

Ci vollero dieci anni prima che il Tribunale di Velletri ne formalizzasse la proprietà; a seguito dell’esproprio di una porzione di quei 16ha da parte del Comune di Frascati per la costruzione di un parcheggio venne alla luce un tratto di strada romana perfettamente integra che, sembra uno scherzo ma non lo è, attraversa il vigneto e che, pur essendo stato nuovamente interrato, lo divide ora in due parti essendo vietato piantarci sopra; nel 2010 si scopre che il deposito idrico che serve Frascati attraversa “casualmente” quei terreni ed è stato creato abusivamente negli anni ’60; il Comune di Frascati, interessato a quei terreni, propone a Piero, che ha ormai rinunciato al sogno di vederli trasformati in azienda agricola, una permuta burocraticamente impossibile con altri in zona Vermicino; nel 2014 l’area viene bonificata ma gli ulivi sopravvissuti alla gelata sono diventati piante protette e non possono essere estirpati; l’autorizzazione all’impianto del vigneto arriva nel 2015 ma i lavori di scasso (effettuati schivando diversi ordigni bellici inesplosi) rompono una conduttura idrica posta a soli 40cm di profondità e rischia di affogare Frascati…

Vabbè, il vigneto nasce nel 2017: 4.5ha (più un altro mezzo ettaro dedicato a vigneto didattico e sperimentale all’interno del quale vengono riproposte tutte le forme di allevamento tradizionali della viticoltura dei castelli romani: vite maritata, alberello, conocchia e capretta e allevati diversi cloni di vitigni locali su differenti portainnesti), 97% di Malvasia Puntinata con un 3% di Trebbiano, Malvasia di Candia, Greco Bombino e Bellone, 5000 ceppi per ettaro e, ovviamente, la possibilità di utilizzare in etichetta la menzione “vigna”.

Oggi il Vigneto Falconieri non è solo un terreno coltivato: è il risultato di anni di passione, perseveranza e attenzione alla tradizione viticola del territorio, con l’obiettivo di valorizzare la Malvasia del Lazio e le varietà storiche locali, in un progetto che unisce storia, tecnica e futuro della viticoltura di qualità.

LE TRE ANNATE

– FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FALCONIERI” 2019: prima vendemmia, per necessità curiosa, per voglia di toccare con mano il frutto di un’idea, prova d’autore non in commercio (ahimé) e non assaggiabile se non in presenza di Lorenzo (questo mi può stare bene).

Una “prova d’autore” che, Robin Hood dei boschi tuscolani, spezza in due la freccia dei Frascati che pensavate vincitori.

È un salto temporale, un ritorno ai Frascati che erano, forsanche memoria di quei “Tuscolani” che, ultima spina nel fianco dei Romani, uscirono infine dai propri ripari di “frasche” per fondare la città che dà il nome alla più vecchia Denominazione d’Italia.

Un Frascati campestre, ispido, per certi versi arruffato, un inciampo olfattivo tra stoppie, salvia e finocchietto selvatico fino al porto sicuro di quella frutta matura che in tanti sembravano agognare.

E allora la mela Golden profuma, la nespola attira lo sguardo nascondendo l’inganno del “più seme che polpa”, l’agrume si fa anche candito, l’acacia sfiorisce e imbianca il sottobosco e il vulcano è voce ruvida che tutto comanda, minerale presenza di cenere e lapilli…

Regali di un castagno che ha firmato la storia e che qui alza ancora la testa, conducendo con piglio un sorso caldo, materico nei suoi schiaffi di salgemma, forse un po’ smorfioso nelle sue carezze di cera d’api ma sempre voce sincera di un Territorio e della sua storia.

Un Frascati dimentico del tempo, l’anima di un vino.

92 Punti.

– FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FALCONIERI” 2020: un anno dopo in vigna, un’altra vendemmia, un anno in più di consapevolezza, il castagno ceduto per l’acacia e un anno meno in vetro…

Tante variabili, troppe per inquadrare questa 2020 come semplicemente una annata differente.

Là dove il Frascati si perdeva nella notte dei tempi c’è ora uno sguardo al futuro, a un pubblico diverso, sicuramente più “internazionale”, magari “radical chic”, non necessariamente più consapevole.

Ma il vino è anche questo, deve essere democratico, non lasciare indietro nessuno, abbracciare.

E qui, l’abbraccio è caloroso sin dall’olfatto, il frutto maturo occhieggia ai tropici, la nespola diventa albicocca il cedro è succoso, l’acacia va oltre i fiori, portata dalle api.

E le note dure, quelle che un anno prima erano spigoli in un blocchetto di tufo, qui sono collante per un equilibrio sostanziale; quell’appena terroso, lo scisto invece della lava, il sambuco, il finocchietto selvatico che si aggiusta la cravatta e diventa anice…sono appunti su un foglio calligrafico, compiti ben svolti.

E in bocca c’è ampiezza (forse anche troppa) e profondità, materia, sostanza, grassezza masticabile che fa impallidire la freschezza prima che questa faccia un fischio alla sapidità e, insieme, pareggino il conto riproponendo al retrolfatto quanto già apprezzato e regalando un equilibrio che suona come melodia ma, ripensando alla 2019, sembra quasi una nota stonata.

Un sorso di eleganza, un Frascati un po’ dimentico del passato, un Frascati arrivato dove può e deve arrivare il Frascati (o forse no).

88++ Punti

– FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FALCONIERI” 2021: qui si torna indietro facendo un passo avanti, scomodando l’acciaio, facendo forse tesoro del troppo per cercare nella sottrazione l’operazione vincente.

La frutta viene sapientemente imbrigliata nei propri spazi dai toni vegetali del gelsomino, del timo, della salvia, del bosco, da quella nota minerale di salgemma che bacchetta sulle dita il miele e lo zucchero di canna, da quelle nebbie di spezie dolci e orientali che si uniscono alle nebbie cinerine che impregnano l’atmosfera.

La freschezza domina il sorso, boriosa, convinta di poter staccare di ruota una sapidità che è invece chiodo conficcato in profondità, ritmato, incalzante incedere di un vulcano troppo grande per poter essere dimenticato e che, nel lungo finale, batte i pugni sul tavolo.

Un Frascati un po’ “prescioloso”, dimentico di aggiustarsi il nodo della cravatta, smanioso di raccontare il tanto che ha.

Un Frascati per pensare e arrivare lontano.

90 Punti.

E QUINDI?

E quindi GRAZIE a Lorenzo (e a Sara) per la squisita ospitalità.

È stata una mattinata molto intensa, davvero istruttiva e ricca di spunti di approfondimento.

Il Frascati non smette mai di stupire e, se è vero che le nuove generazioni “sembra” abbiano le idee molto chiare riguardo il futuro della Denominazione è ancor più vero che ad Aziende come VILLA SIMONE e a gente “che sa” come Lorenzo spetta il compito di indicare la strada, essere faro di una rinascita che, partendo dalla conoscenza delle Tradizioni, della Storia e del Territorio può e deve ridare lustro a un vino che è molto più che “solo” un vino.

Roberto Alloi

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